
Diana Baylon sulla sua Sprirale Quadrata, hand tufled wool rug, 302×247 cm, esemplare unico, photo Gino di Paolo
Diana Baylon vs art system se n’è andata pochi giorni con un timing, viene proprio da dire, perfetto. Visto & considerato che l’allestimento della sua collezione nell’atelier dell’ hermitage fiesolano, volgeva al termine e che la sua governante-amica Lucia era in procinto di tornare nella sua Sicilia. Infatti, due giorni prima della dipartita s’era rivolta proprio alla sua cara Lucia annunciandole che era in procinto di partire per una dimensione in cui non sarebbe stato possibile accompagnarla e così è puntualmente avvenuto. Se n’è andata con la stessa classe, discrezione e ritrosia che hanno caratterizzato la sua vita. Qualche tempo fa mi aveva chiesto di evitarle un funerale con condoglianze & chi più ne ha più ne metta – un genere che non era mai stato il suo forte – invitandomi invece a organizzare un ricevimento in suo onore magari per annunciare il suo drastico mutamento di dimensione. E così sabato 11 maggio, nel corso di una festa dedicata a tutti coloro che direttamente o indirettamente hanno contribuito alla diffusione della sua opera, mi sono deciso ad annunziare che Diana, oltre all’artista, aveva portato con se anche mia madre.
Sue opere sono presenti ne La Collezione della Fondazione Vaf presso il Mart di Rovereto, nel Gabinetto delle Stampe e dei Disegni della Galleria degli Uffizi, nel Museo degli Argenti di Palazzo Pitti & via discorrendo. Alluminio tra Futurismo & Contemporaneità è il titolo della collettiva presso il Museo de il Cassero di Montevarchi (9 giugno al 9 settembre 2013), mostra a cui Diana Baylon parteciperà con due sue rilevanti opere in alluminio anodizzato su legno, St. del 1962 e Girandola del 1970.
Il pezzo pubblicato di seguito è di Stefano de Rosa critico e amico di questa grande artista, come ebbe a definirla senza mezzi termini Lucrezia de Domizio Durini.
“Il viaggio di Diana Baylon prosegue in uno spazio sfuggente alle parole e noto solo alla lingua dell’indicibile, nella quale il mistero sorveglia i risvegli della ragione ed il Mito celebra i suoi riti.
E’ stato lungo il cammino di Diana. Ha attraversato i deserti di una società italiana inibita dal cattolicesimo e illusa da un’ideologia che del marxismo sapeva vedere solo, e con pedestre monotonia, l’aspetto di un meccanico, e sterile, scientismo. E’ stata laica con quella serenità disarmante propria dei poeti, che vivono e non discettano, contemplano e poi ricreano, con un ritmo che qualcosa dell’incalzante respiro del pathos.
Si è avvicinata all’arte dopo aver disciolto sulle tele giovanili i
resti di un Futurismo che s’identificava in Boccioni ma non volgeva le spalle al retaggio aeropittorico, assimilato con naturalezza. L’arte è stata da subito, per lei, cimento, ardimento, sfida. Quando ha iniziato a calcare la scena delle mostre, imperava, con un fragore bellico irto di richiami eruditi, il confronto fra l’arte figurativa e le correnti che si spendevano in favore della sperimentazione. A lei sembrò naturale schierarsi con chi postulava l’esigenza di
un’assimilazione critica della poesia, della musica, della filosofia. Da tale processo prendeva vigore un’arte che la spingeva ad usare le materie più varie, senza fermarsi di fronte a niente.
Così, Diana Baylon è stata pittrice, scultrice, designer. Ha creato opere concepite per spazi aperti, come pure destinate a distillare grazia e bellezza in chiuse teche. Ha saputo passare con raro senso di pertinenza e di pregnanza, dal monumentale al dettaglio minuto, dal gigantismo all’opera minimale. Nella scultura, forse l’arte nella quale la sua personalità si è realizzata con più eloquenza, ha spesso lambito le porte dell’ignoto. Non ha cercato di trovare, ad ogni costo, un’assonanza con lo spazio che la ospitava, certa che lo spazio
sarebbe stato creato dalla sua arte. Non ha avuto mai, neppure per lo spazio di un attimo, la tentazione di essere decorativa. Non ha cercato, infine, con l’acribia di uno speleologo, l’archetipo da cui tutto si sprigiona. Ha vissuto con piena consapevolezza la persistenza dei miti classici, dei quali sapeva rimandare la forza squassante dell’implosione procurata nell’io.
E’ stata, così facendo, una distaccata musa per gli artisti che, come Lucio Fontana, sfibravano quanto restava dell’antica critica d’arte ed ipotizzavano nuovi orizzonti, dominati da un’ansia conoscitiva che non cancellava mai del tutto la spia, perennemente accesa, dell’inquietudine. Il concetto di spazio e di tempo andava mutando, nella dimensione scientifica, nelle sue ricadute filosofiche e nell’espressione artistica.
Diana è stata uno snodo essenziale, di questo cambiamento così
necessario e nel contempo drammatico. Non si deve pensare che il suo ardore dolce si sia fermato. Negli ultimi due decenni della sua esistenza attiva e generosa, Diana ha cercato di non far dimenticare, contro impostazioni ontologiche di grottesco conio manicheo, che il fine dell’arte è l’incontro con la bellezza.
Questo incontro l’ha cercato per tutta la vita, che si è interrotta, a 93 anni, nell’aprile scorso. E’ facile pensarla, adesso, come un
nucleo di pura luce, risolto in uno spazio abbacinante” – Stefano de Rosa, Oltre i recinti delle parole
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“Due bambine correvano
sul prato
e il mio domani
nelle fragili mani
con un filo sbattevano
sull’erba
io ridevo
da lontano” – Diana Baylon, Vita – Morte, da Parole oltre il Muro