Strana gente, la gente

… un altro 11 settembre… un supposto 11 settembre bis… ma se il primo è stato come è stato… una immane storica tragedia… questo secondo altro non è che una farsa di cattivo gusto…

Mauro Poggi

Ieri e oggi cortei di protesta contro l’elezione di Donald Trump: “He’s not my president”. Una signora intervistata dichiara che per l’America è un altro 11 settembre, “un 11 settembre politico”, e che sente il bisogno di “scusarsi con il resto del mondo per quanto è accaduto”.
Con l’espressione quanto accaduto si riferisce al risultato delle elezioni, non ai quindici anni di guerre devastanti che prima Bush e poi Obama, con l’appoggio e la collaborazione entusiasta di Hillary Clinton,  hanno allegramente seminato in giro per il mondo.

A Trump non perdonano frasi e atteggiamenti sessisti, né le dichiarazioni razziste. Tutto censurabile, per carità.

Quando Bush jr fu eletto per la seconda volta, nel 2004, aveva alle spalle una guerra preventiva scatenata contro l’Iraq con il pretesto che Saddam Hussein proteggeva i terroristi e possedeva illegalmente armi di distruzione di massa.
Che quelle fossero menzogne lo si era capito subito, e…

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Diana Baylon /13

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al quaeda & pentagno il/limited

 

al-qaeda-esecuzionidal Corriere del Ticino >I video di Al Qaeda? Così falsi da sembrare veri e commissionati non da Bin Laden, ma dal Pentagono, per il tramite dell’agenzia di PR britannica Bell Pottinger che per almeno cinque anni ha lavorato in Iraq su mandato del Dipartimento della difesa americano ottenendo un compenso di oltre 100 milioni di dollari all’anno. Totale: 540 milioni di dollari, una cifra esorbitante.
Sì, sì, avete letto bene: certi filmati di Al Qaeda erano ‘made in USA’. A rivelarlo è il Bureau of Investigative Journalism in un’ottima inchiesta appena pubblicata sul web, incentrata sulla testimonianza di un video editor, Martin Wells, che quei filmati li ha fatti in prima persona, e riscontri nei documenti ufficiali.

La storia è intrigante, quasi da film. Siamo a Londra. Wells, un video operatore free lance, nel maggio del 2006 viene contattato con la prospettiva di un contratto in Medio Oriente e al primo colloquio si accorge che il committente è molto particolare. Non è la solita società di produzione ma l’ambiente in cui viene accolto è militare; anzi di intelligence militare. Viene scortato da guardie armate all’ultimo piano di un palazzo. Il
colloquio è breve e gli comunicano subito l’assunzione perché hanno fatto delle verifiche sul suo conto e lo hanno trovato «pulito». Tempo 48 ore e si trova a Baghdad in una base ultraprotetta, una centrale dove vengono pianificate operazioni di guerra psicologica, in gergo le psyops, alcune delle quali tradizionali. “Dovevamo produrre filmati “bianchi” ovvero nei quali la fonte era dichiarata, tendenzialmente si trattava di spot contro Al Qaeda”, spiega Wells.

Ma altre erano decisamente meno trasparenti. “La seconda tipologia era ‘grigia’: finti servizi giornalistici che poi venivano mandati alle Tv arabe”. E poi c’era quella “nera” in cui la paternità dei video era “falsamente attribuita”. Insomma false flag, che Wells spiega così: “Producevamo finti filmati di propaganda di Al Qaeda, secondo regole e tecniche precise; dovevano durare dieci minuti ed essere registrati su dei CD, che poi i marines lasciavano sul posto durante i loro raid, ad esempio durante un’incursione nelle case di persone sospettate di terrorismo. L’obiettivo era di disseminare questi video in più località, possibilmente lontani dal teatro di guerra perché scoprire filmati di quel genere in località insospettabili avrebbe aumentato il clamore e l’interesse mediatico”. Dunque non solo a Baghdad, ma anche “in Iran, in Siria (prima della guerra) e persino negli Stati Uniti”.

Capito? Certi angoscianti scoop che rimbalzavano sul web o in Tv in realtà erano fabbricati a tavolino da una società di PR britannica all’interno di una base statunitense in Iraq. E vien da sorridere pensando che poi erano la CIA o la Casa Bianca a certificarne l’autenticità.
Wells conferma modalità che gli esperti di spin conoscono bene. Il mandato viene affidato da un governo a società di consulenza esterne per aggirare la legge, evitare il controllo di commissioni parlamentari e proteggere le istituzioni nell’eventualità che queste operazioni vengano scoperte e denunciate dalla stampa, cosa che peraltro non accade quasi mai. I fatti svelati dal Bureau of Investigative Journalism infatti risalgono al periodo 2006-2011; nel frattempo la Bell Pottinger è passata di mano e le truppe americane si sono ufficialmente ritirate dall’Iraq. Lo scoop è sensazionale ma difficilmente assumerà rilevanza internazionale perché riguarda un passato lontano e infatti la maggior parte dei grandi media lo ha ignorato.

Intendiamoci. Il fatto che in un contesto di guerra, seppur particolare come quella al terrorismo, si possano concepire operazioni di questo tipo non sorprende. Lo insegnano, da secoli, Sun Tzu e Machiavelli. Il problema è che di solito sono limitate al teatro di guerra, mentre negli ultimi anni hanno assunto una valenza globale. Quella propaganda non è rivolta solo agli iracheni e agli attivisti di Al Qaeda ma anche ai cittadini del resto del mondo, persino agli americani nonostante la legge statunitense lo vieti espressamente. Ed è diventata sistematica. Sappiamo che la guerra in Iraq è stata proclamata su accuse inventate a tavolino. Sappiamo che i report sull’andamento della lotta ai telabani in Afghanistan sono stati falsificati per anni ingigantendo i successi dell’esercito americano, sappiamo delle manipolazioni mediatiche di alcuni drammatici episodi del conflitto in Siria e sappiamo anche che alcuni filmati dell’ISIS sono stati postprodotti e manipolati, in certi casi anche con risvolti comici, come quello in cui i terroristi scorrazzano per il deserto iracheno su un pick-up con le insegne di un idraulico del Texas.
La frequenza e l’opacità di questi episodi pone un problema di fondo, molto serio: quello dell’uso e soprattutto dell’abuso delle tecniche di psyops, che non può diventare un metodo implicito di governo attraverso il condizionamento subliminale ed emotivo delle masse. Non nelle nostre democrazie” – Marcello Foa

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il bollito Oliva

dalla copertina di Frigidaire

dalla copertina di Frigidaire

Mi ricordo che quando uscì questa copertina dedicata al futuro ABO, mi scaraventai da Vincenzo Sparagna comunicandogli che si poteva scordare la mia collaborazione a Frigidaire. Ma Vincenzo che è un napoletano matricolato, farfugliando vaghezze sulla necessità di dare spazio a qualche star, pur di incrementare le vendite, mi convinse a recedere e purtroppo re/cessi, frangente di cui non mi sono ancora perdonato, anche se ricordo d’avergli detto che talvolta certi uomini (sic!) possono essere anche più osceni dei re. Che poi il bollito in questione, oltre che un marchettaro, come lo de/finisce il professor Di Marino nel pezzo sotto riportato, sia anche un mistificatore l’ho detto e ridetto & scritto un’infinità di volte persino sul Fatto, senza ovviamente ricevere alcun riscontro di sorta, visto & considerato che il bollito, al pari anzi nel dispari confronto con il marchese del Grillo, ritiene che lui è lui e gli altri non sono un cazzo. Come conferma in questa sua intervista a la Repubblica in cui pare – non mi capita spesso di leggere questo quotidiano d’accatto – si sia permesso di prendere a pesci in faccia critici e/o storici dell’arte come Carlo Giulio Argan, Enrico Crispolti e Maurizio Calvesi, sui quali posso dire solo un gran bene, visto & considerato che Argan venne all’inaugurazione della mia La Società dello Spettacolo in multivision (Rotonda della Besana 1975), che Calvesi recensì dedicandoci la terza pagina del Corsera, mentre con Crispolti collaborai, assieme al ghota dell’arte contemporanea d’allora, al Progetto Arcevia per una comunità esistenziale (Biennale 1976). Aggiungo che nessuno dei tre uomini succitati, di cui due sono scomparsi e quindi non possono difendersi dalle scemenze di questo pelide Achille impazzito, chi lo frequenta sa di cosa, mi ha mai chiesto un centesimo, a fronte dell’anda e rianda che furoreggia nella così/detta arte con/temporanea italiota d’oggidì, in base alla quale per avere, poniamo, un straccio di presentazione da parte di un qualsiasi giovane curator e/o coglione, e solo questione di tre o quattro zeri da apporre a un numero che va da 1 a 10; se poi il coglione è un vegliardo rinomato, gli zeri possono assurgere ad libitum & chi più ne ha più se lo metta anche di più.

 

Con tutta la stima (e anche la simpatia, perché no) che tutti nutriamo verso Bonito Oliva, non capisco come si possa ridurre la figura di due grandi studiosi che sono stati maestri di molti di noi a una macchietta. Traggo dall’intervista ad ABO oggi su “Repubblica” fatta da Gnoli: “Argan a un certo punto divenne sindaco di Roma e la sua eredità di storico e critico passò agli ‘argonauti’, buoni studiosi, ma senza essere dei leader. Crispolti finì ad occuparsi di Guttuso e Calvesi delle sculture di Gina Lollobrigida”. A dire una cosa del genere è un critico che – come tanti suoi colleghi, per carità – si è spinto a fare marchette in cambio di soldi, avallando artisti di ogni grado e livello. Quindi, ricordare Calvesi solo perché una volta avrà scritto un testo sulle opere della Lollobrigida mi sembra un colpo basso. Dopodiché non tutti i critici d’arte e i curatori devono necessariamente essere “leader” come ABO, posando nudi su “Frigidaire”. Ci sono anche quelli che hanno fatto ricerca nel vero senso della parola, che hanno dedicato gran parte dell’esistenza alla scrittura e all’insegnamento. Penso, francamente, che giunti a una certa età perseverare con gli screzi e le rivalità che vanno ormai avanti da oltre 40 anni non faccia bene a nessuno. Ecumenicamente tutti quelli nominati hanno avuto la loro importanza. Calvesi, non dimentichiamolo, è stato il primo a scoprire Schifano, è stato il primo a curare una mostra fondamentale (che ha anticipato perfino l’Arte Povera lanciata da Celant) ovvero “Fuoco immagine acqua terra” (1967), il primo anche a occuparsi di videotape (“Gennaio ’70” con Barilli) spaziando con versatilità dall’arte del seicento al contemporaneo. Crispolti è tra i maggiori esperti del futurismo e del novecento italiano (Guttuso incluso, e non mi pare una colpa così grave per uno storico dell’arte). ABO, più che per la Transavanguardia, va ricordato per mostre epocali come “Contemporanea” e “Vitalità del negativo” e sicuramente per essere da sempre all’avanguardia attraverso il suo approccio di critico militante. Al di là dei torti e delle ragioni, mi chiedo: sulla soglia degli 80 anni non sarebbe il caso di finirla col contendersi le “spoglie” di Argan, di ammorbidirsi, di riappacificarsi con gli altri e riconoscerne anche i meriti?” – Bruno Di Marino

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schiume frigorifere

dettaglio intervista ad aldo ricci, testo e foto di Mario Pischedda, apparsa su Frigidaire n.206 del settembre/dicembre 2002

dettaglio intervista ad Aldo Ricci, testo e foto di Mario Pischedda, apparsa sotto forma di Schiuma  su Frigidaire n.206 del novembre/dicembre 2002

prefatio di Mario Pischedda

praefatio di Mario Pischedda

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La felicità in pillole arancioni / da Mauro Rostagno a Federico Palmaroli

Augusto Pinochet by Federico Palmaroli

Augusto Pinochet secondo Federico Palmaroli

Di seguito la versione originale del pezzo da me decurtato, oltrepassava le 3500 battute prescritte,  e pubblicato sul Fatto on line

La felicità in pillole arancioni, da Mauro Rostagno a Federico Palmaroli / originale

In A Viso Aperto, vita e memorie del fondatore delle BR a cura di Mario Scialoja, Renato Curcio riferendosi al ’68 trentino, dichiara: “All’epoca, la parola d’ordine che avevo elaborato assieme a Mauro Rostagno era ‘portare gaiezza nella rivoluzione’ ”. Una gaiezza che nel Rostagno versione post sixtyeight, virò in satira addirittura invereconda, come nel caso di Dopo Marx aprile il suo manifesto del ’77, stilato poca prima dell’apertura di Macondo, leggendario locale alternativo che l’ex capo carismatico del movimento studentesco tridentino, aprì nel cuore di Milano e che tanto scandalizzò i benpensanti. Compresi quelli dello storico branco engagé, tanto quanto la simultanea trasformazione dell’ex Mauro Rostagno in adepto di Bhagwan Shree Rajneesh, con il nuovo nome di Swami Anand Sanatano. E proprio quest’ultimo, d’arancio vestito con il pendente del maestro appeso al collo, venne a propormi di collaborare al lancio del pensiero del Bagwan, che Francesco Cardella, il quale presiedeva la filiale italiana della Rajneesh Foundation, intendeva distribuire “Dio in pillole arancioni” tramite dispense settimanali in edicola.

Accettai l’incarico con entusiasmo perché mi avrebbe dato la possibilità di lavorare con Mauro Rostagno, visto & considerato che a Trento le opportunità di avvicinare il leader del movimento erano scoraggiate dalla ristretta cerchia di aficionados, che lo scortava anche quando andava al cesso.

E così Cardella alias Prem Francesco, ci assegnò il secondo piano di un’ex fabbrica di bottoni in via Plinio a Milano, la bellezza di trecento metri quadri in cui si poteva zizzagare sui pattini o in bicicletta, tra tavoli ingombri delle meglio immagini dell’editoria internazionale, e dei molti sacri testi del Bagwan, che dovevamo sintetizzare cercando di fornire ai lettori un approccio laico alla vita metropolitana occidentale.

Di solito la giornata di lavoro iniziava alle dieci di mattina e si concludeva verso sera. Dopodiché ce ne andavamo a cena in uno dei tanti locali frequentati dai compagni di estrema sinistra, inseguiti dagli sguardi e dal mormorio di quelli che non gradivano che l’ex Mauro Rostagno fosse trapassato dalla rivoluzione doc al credo del suo santone arancione. Mal trattenuti malumori ai quali, io e gli amici che talvolta ci scortavano, reagivamo irrigidendoci al contrario di Mauro che, alzando esageratamente le pupille socchiuse al cielo, rivolgeva agli scandalizzati una grassa ma trattenuta risata al limite dello scompiscio.

Secondo Sigmund Freud, in casi come questi, l’Io rifiutandosi “di lasciarsi affliggere dalle ragioni della realtà e quindi di farsi imporre la sofferenza”, e quindi pretendendo che i traumi del mondo non possano intaccarlo, dimostra che tali traumi, altro non siano che occasioni per ottenere piacere, un carattere essenziale per l’umorismo che, invece di rassegnarsi esprime un sentimento di sfida, induce il trionfo dell’Io e quindi del principio del piacere, che in questi casi: “riesce ad affermarsi a dispetto delle reali avversità”.

Dopo mesi di intenso e scanzonato lavoro, consegnammo finalmente a Cardella l’esecutivo del progetto nonché la dispensa pilota di My Way – la via delle nuvole bianche, arricchita dalla grafica di Mario Convertino, un altro caro amico poi scomparso, che in seguito avrebbe firmato le copertine dei Pink Floyd e di altre star musicali, per non dire di sigle Rai come Mister Fantasy & via discorrendo.

Cardella spedì il progetto esecutivo al Bagwan e il futuro Osho ne fu talmente colpito che ci invitò tutti e tre a Poona, in India. Al che io mi limitai a dire: Se voi andare in estremo oriente a trovare il Bagwan, io andare estremo occidente in Brasile, a trovare la bunda carioca. E così fu.

Secondo il principio di sincronicità di Carl Gustav Jung, grazie a un’inconsapevole sincronizzazione, dopo la bellezza di quasi otto lustri, Federico Palmaroli – satirico quarantenne romano, ideatore della pagina fb “Le più belle frasi di Osho”, 400 mila “seguaci” circa, esclusa l’emarginazione subita per non essere né di destra né di sinistra  –  completamente ignaro dei fatti di cui sopra, intuendo però l’importanza di Bhagwan Shree Rajneesh, ribattezzato post mortem Osho dai suoi con/temporanei adepti, dopo averne colto il lato parossistico e ordunque comico, è riuscito nel triplice intento di salvaguardare il pensiero di Rajneesh. Un grande mistico che ha saputo sintetizzare le tecniche del californiano Esalen Institute con le antiche tecniche di meditazione orientali. E Palmaroli, ridicolizzando il fanatismo settario dei suoi adepti di ieri e di oggi, ha tradotto le frasi di Osho nel vernacolo romano: “un Osho alla vaccinara”, verga lui – della vita di tutti i giorni. Come quando nel suo esilarante Ma fa’ ’n po’ come cazzo te pare, un discepolo chiede a Osho: “ Mi potresti spiegare per piacere come posso meditare senza usare la mente?”, e il maestro risponde romanamente “Se, ciao core”.

Neri Marcorè, nella sua prefazione a Ma fa ’n po’ come cazzo te pare, a proposito di quel che ha scritto su Federico Palmaroli, alla fine si domanda: “ Ho scritto cazzate? Può anche darsi (…) ma se è così, comunque perdonatemi e vogliatemi bene, perché come dice Osho ‘l’amore è l’unica religione’ ”. Se vi sembra poco…

Per chi volesse approfondire, domenica 18 settembre alle 19, Federico Palmaroli presenzierà al Wired Next Fest 2016 presso Palazzo Vecchio in quel di Fi/renzi
Aldo Ricci
collaborazione di Sabrina de Gaetano per avermi fatto scoprire un nuovo talento della satira italiana ma soprattutto per avermi sopportato e supportato & chi più ne ha più ne metta… per la gioia di Mario Pischedda già art director di Frigidaire

Tags / Renato Curcio, Mauro Rostagno, Movimento studentesco antiautoritario trentino, Macondo, Francesco Cardella, Mario Convertino, Bhagwan Shree Rajneesh, Osho, Sigmund Freud, Carl Gustav Jung, Federico Palmaroli, Satira, Neri Marcorè, Wired Next Fest 2016

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donne femmine insieme & contemporanea/mente

Sabrina de Gaetano

Sabrina de Gaetano

Vi lamentate della vostra condizione e non fate nulla per cambiare. Vivete una vita grigia e pretendete di colorare il presente. Vi osservo da lontano, siete così distanti dalla mia storia che vedo solo il vostro labiale, ma non sento il suono. Siete passati dal sonoro al muto e non ve ne rendete conto.
Volete cambiare il mondo dalla poltrona di casa e non arrivate a capire che il mondo sta cambiando voi.
Nessun brivido, nessuna emozione, nessun obiettivo. Citate Céline e vi illudete di rimanere eterni in un virgolettato che tra qualche tempo nessuno ricorderà. Seguite gli epigoni perché gli originali vi sbattono in faccia la verità. E la verità vi arriva come una pugnalata in pieno stomaco tirandovi fuori tutte le viscere del vostro nulla. E cadrete, oh sì che cadrete, e non avrete più la forza di rialzarvi perché vi hanno impastato il cervello di vermi e merda. Fottetevi! Io non sono come voi e ho sempre pagato in prima persona senza mai delegare – Sabrina de Gaetano

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