Matteo Fi/renzi la caduta

Matteo Fi/ renzi

Matteo Fi/ renzi

Matteo impagliato e il busto d’Alfieri, di Napoleone, i fiori in cornice (le buone cose di pessimo gusto), il caminetto un po’ tetro, le scatole senza confetti, i frutti di marmo protetti dalle campane di vetro, un qualche raro balocco, gli scrigni fatti di valve, gli oggetti col monito salve, ricordo… È giunta in vacanza la grande sorella Maria Elena con la compagna Etruria!… L’Air Force Renzi. Il chiodo di Fonzie. Le slide. La cybersecurity a Carrai. Il monito di Re Giorgio. “Facciamo un salto, battiam le mani, ti salutiamo tutti insieme presidente Renzi! Presidente Renzi, d’ora in poi, ovunque vai, ricordati di noi!”. L’ultima cena (non si sapeva ancora di chi) alla Casa Bianca. Caro Barack, caro Matteo. Le Olimpiadi a Casa Italia. Il Piano Casa Italia. La casa di Firenze pagata da Carrai. Mai al governo senza passare dalle urne. Enrico stai sereno. “La Botticelliana Madia e la giaguara Boschi” (copyright La Stampa). #lavoltabuona, # lasvoltabuona, #unariformaalmese, #italiariparte, #semplificaitalia, #italiabella, #scuolabella, #labuonascuola, #eppursimuove, #cambiaverso, #coseconcrete, #proviamoci, #cominciamoildomani, #allafacciadeigufi, #passodopopasso.

Stiamo cambiando l’Italia. Cambiamo l’Europa. Investite in Mps, è un affare. BastaunSì per i malati di cancro e i bambini diabetici. Ma anche per combattere meglio il terrorismo. Gratteri ministro della Giustizia. “Mio padre è finito un po’ al centro delle attenzioni non per quello che ha fatto a Banca Etruria, ma perché portiamo lo stesso cognome”. Arrivo arrivo! I gufi, gli sciacalli, gli avvoltoi, i brontoloni, i soloni, i rosiconi, i professoroni, gli archeologi travestiti da costituzionalisti che difendono il Codice di Hammurabi. I leoni da tastiera che non mi guardano in faccia. Lo stilista Scervino e il pantalone sopra la caviglia. Piaccia o non piaccia. Il cappotto col bottone spaiato sistemato dalla Merkel. L’accozzaglia del No. La Generazione Telemaco (copyright Massimo Recalcàzzola). La Boschi e Agnese. La crociera a Ventotene con Angela e François. Speriamo che i greci boccino il referendum di Tsipras. Siamo contro la Brexit. Siamo tutti con Hillary. Li abbiamo asfaltati. La Palude. La Rivoluzione. Il Big Bang. Il Fertility Day. Fassina chi? Cuperlo chi? Bersani chi? D’Alema fa vincere il Sì. Il Partito della Nazione. Abbiamo nominato Cantone all’Anticorruzione e commissariato il Mose. Non si fermano le Olimpiadi, ma i ladri. Un Expo mafia free. Il Daspo per i corrotti. Tutti innocenti fino alla Cassazione. Denis è rimasto coerente.

“Sciatore provetto, giacca azzurra, occhiali a specchio, attrezzatura impeccabile, si tuffa con stile sicuro sulle piste da sci anche su percorsi mediamente impegnativi” (copyright Ansa-Fantozzi). Fuori i partiti dalla Rai. Campo Dall’Orto è un grande professionista. Giannini e Floris fanno meno di Rambo. Fuori i partiti dalle banche. Dottor Viola, lei a Mps non è più gradito dal governo. Il modello Marchionne. Il modello Technogym. Il modello Gromm. Il modello Eataly. Il Quarantun Per Cento. Gli 80 euro. I 566 mila nuovi posti di lavoro. Professor Zagrebelsky, mi meraviglio di lei, ho studiato sui suoi libri. Il guru Jim Messina. Lo chef Bottura. Costantino Della Gherardesca. Il Jobs Act. L’Italicum che tutto il mondo ci invidia e ci copierà. L’Italicum lo cambiamo. I magistrati protestano, brrr che paura! Mani Pulite barbarie giustizialista. Non sono bello, sono ingrassato, non si abbottona la giacca. L’Unità di Erasmo d’Angelis. Benvenuto a Sergio Staino. Testa di Chicco. Rondolino. Velardi. Andrea Romano. La Rottamazione. Berlusconi game over. Il Patto del Nazareno. Abbiamo fatto la legge sul voto di scambio. De Luca è un’icona dell’antimafia. Caro Roberto Saviano, la lotta alla mafia è la priorità. Faremo il Ponte sullo Stretto per creare 100 mila nuovi posti di lavoro. Un sorriso a tutti. Le Leopolde. L’Italia della conoscenza, non delle conoscenze. La vigilessa Manzione all’ufficio legislativo. Beppe Sala. Alfonso Signorini. Il paparazzo di Palazzo Chigi. The Royal Baby (copyright Giuliano Ferrara). La Repubblica delle Idee. Il finanziere Serra. Papà Tiziano. “Expo sarà un No Gufi Day”. “Non servono più i chicchirullò, servono risposte”. Signori miei. Ce la stiamo facendo. La riforma attesa da 70 anni. Non ci saranno più riforme per i prossimi 30 anni.

L’Italia del Sì contro l’Italia che dice sempre No. Non siamo attaccati alle poltrone. Se perdo lascio la politica, cambio mestiere e vado a casa. Vi vedrò in poltrona con i pop corn. Ho sbagliato a personalizzare. Lo faccio per i miei figli. “Tagliamo la Casta di un terzo: uno, due, morto!”. La generazione Happy Days. Maria De Filippi. Barbara D’Urso. Il libro di Vespa. Il generale Adinolfi e il generale Toschi. Le autoblu all’asta su eBay, venghino signori venghino. Non parlo dell’articolo 18, è un falso problema. La lotta all’evasione. Aboliamo Equitalia. Il fisco amico. L’amico Briatore. Mai più prescrizione. I due marò a casa. Tutta la verità su Regeni. L’amico Al Sisi. La flessibilità in Europa. Il veto sul bilancio Ue. La crescita del Pil. Basta zero virgola. Andate in vacanza belli allegri, lavoriamo a una ripresa col botto. Lo Sblocca Italia. La Smart. La mia scorta sono i cittadini. La zona rossa alla festa dell’Unità di Catania e alla Leopolda. L’elicottero blu per Courmayeur. Aboliremo i vitalizi. Dimezzeremo il numero e gli stipendi dei parlamentari. Il cronoprogramma. La road map. Una riforma al mese. I cento giorni. I mille giorni. Ciaone… Ti fisso nell’albo con tanta tristezza, ov’è di tuo pugno la data: sette di dicembre del duemila sedici…
Ps. Se hai bisogno di qualcuno con cui parlare, fai un colpo di telefono. Siamo qui”  – Marco Travaglio, Pontassieve memories, il Fatto Quotidiano 8 dicembre 2016matteo renzimatteo renzi

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La ribellione non era Fidel ma Ernesto

from webguerrillero sandinista

il Che

Massimo Fini su il Fatto quotidiano > “Fidel Castro è un uomo affascinante” mi disse una volta Susanna Agnelli, certamente non sospettabile di filocomunismo, che lo aveva incontrato a Cuba quando era ministro degli Esteri. E che lo fosse, affascinante, nessuno, nemmeno i suoi più irriducibili detrattori, può negarlo. Naturalmente questo non può assolverlo dalle sue colpe e dai suoi crimini durante i quasi cinquant’anni della dittatura e puntualmente documentati da quel grande inviato che è Fausto Biloslavo, molto filoamericano, forse troppo, che si rifà ai dati forniti dal Cuba Archive Project: 9.240 le “morti politiche”, 5.600 i cubani giustiziati, 1.200 quelli eliminati nelle esecuzioni extragiudiziarie, 8.616 i casi di detenzione arbitraria documentati nel 2015 e 2.500 nei primi due mesi di quest’anno. Poi c’è la repressione delle libertà individuali e in particolare di quella di espressione di cui hanno fatto le spese molti intellettuali cubani. Tutti i giornali della destra, nei giorni della morte di Fidel, hanno focalizzato l’obbiettivo su questi dati incontrovertibili. Peraltro non molto lontani dagli stessi crimini commessi dal generale egiziano Abd al-Fattah al-Sisi in soli tre anni e mezzo da quando prese il potere nel luglio del 2013 con un golpe militare (e un golpe si differenzia da una rivoluzione, perché questa ha bisogno dell’appoggio della popolazione o di buona parte di essa). Ma sui crimini di al-Sisi la destra e anche la sinistra (ricorderete la dichiarazione di Matteo Renzi che lo definiva “un grande statista”) non ha mai alzato un laio se non per il caso di Giulio Regeni che è solo uno dei circa 2.500 desaparecidos nell’era al-Sisi. Ma, si sa, l’Egitto è un alleato degli americani, come americano fu il sostegno al dittatore Pinochet e ai tanti altri dittatori sudamericani che gli tornavan comodi.

E’ stata poi pudicamente sottaciuta la situazione di Cuba prima che la Revoluciòn spazzasse via il regime di Fulgencio Batista che non era meno sanguinario di quanto lo sarà poi quello di Castro e che aveva fatto di Cuba un bordello e un Grande Casinò ad uso dei ricchi statunitensi. E allora si capisce facilmente perché poche centinaia di castristi siano riusciti a rovesciare in poco tempo il regime di Batista per ridare all’isola e ai suoi abitanti la propria identità.

Pochissimo invece si è parlato in questi giorni di Ernesto Che Guevara, il ‘numero due’ della rivoluzione cubana e il primo sul campo di battaglia. Di questo medico argentino, malato di asma che andò a Cuba per combattere per una causa non sua e poi, dopo pochissimi anni di potere come ministro dell’Industria e dell’Economia, vista l’aria che tirava nonostante qualche primo successo sul piano sociale che poi Castro rafforzerà con grande fatica a causa dell’embargo americano imposto all’isola ma grazie anche all’appoggio dell’Unione Sovietica, andrà a combattere in Bolivia per un’altra causa non sua e vi troverà, nel 1967, la morte in battaglia.

Il mito di Guevara è stato negli anni altalenante. Per quel che mi riguarda la prima volta che seppi di Guevara fu nel ’57 o nel ’58, non ricordo bene. A quell’epoca Guevara non era ancora un mito della sinistra tanto che il mio ‘incontro’ con il “Che” avvenne sulle pagine di Gente, il settimanale di Edilio Rusconi che di tutto poteva essere sospettato tranne che di pruriti rivoluzionari. Si trattava di un servizio fotografico. Mi ricordo in particolare un’immagine di Guevara a torso nudo sdraiato mollemente su un fianco sopra un lettino da campo. La mia fantasia di adolescente fu colpita dalla straordinaria bellezza dell’uomo. Nelle didascalie si rifaceva la storia di questo rivoluzionario che combatteva per l’ideale marxista dell’internazionalismo proletario. Il settimanale di Rusconi gli dimostrava simpatia. Lo interpretava infatti come un eroe romantico, un “cavaliere dell’ideale” in fondo innocuo. In quegli anni il mondo non era ancora completamente integrato, ‘globale’, come oggi. E quello che avveniva nella lontana Cuba poteva essere considerato con un certo distacco dai conservatori di casa nostra. Inoltre la contestazione giovanile era di là da venire.

Il ’68 cambiò completamente la prospettiva. Guevara, che nel frattempo era andato a morire in Bolivia, divenne il simbolo stesso della rivoluzione. Più di Lenin, più di Mao, più di Stalin, Ernesto Guevara, diventato definitivamente il “Che”, fu il mito del Sessantotto, almeno nella sua componente libertaria. Guevara invece piaceva molto meno ai comunisti ortodossi di casa nostra. I comunisti rimproveravano a Guevara una certa vaghezza ideologica (mi ricordo in proposito degli sprezzanti giudizi di Giorgio Amendola) e, soprattutto, il fatto che avesse abbandonato un potere che aveva appena conquistato. Al positivismo marxista la romantica rinuncia di Guevara pareva inconcepibile, blasfema, un segno di debolezza di carattere. Senza contare poi che Guevara, con il suo passare da una rivoluzione all’altra (ne aveva tentata una anche in Guatemala) sembrava incarnare troppo da vicino quella “rivoluzione permanente” teorizzata da Trotzky. E Trotzky allora era tabù per i comunisti che, nonostante il rapporto Cruscev del ’56, rimanevano profondamente, intimamente stalinisti.

Nel tempo il mito di Guevara si è andato perdendo a sinistra. I comunisti hanno continuato a guardarlo, e non a torto dal loro punto di vista, con diffidenza. I contestatori invecchiati, inseritisi nel frattempo nel sistema e diventati manager, imprenditori, direttori di giornali, radical chic, lo hanno relegato fra le loro debolezze giovanili.

Nel ventennale della sua morte Guevara fu oggetto di un inaspettato revival da parte della destra o, per meglio dire, della ‘nuova destra’. Inaspettato, ma non ingiustificato. Solo in superficie infatti Guevara è un uomo di sinistra. In realtà, col suo ardore per l’azione, è un dannunziano, un bayroniano, un esteta, un Oscar Wilde delle armi, un dandy della rivoluzione. E’ stato l’ultima incarnazione del mito dell’eroe romantico.

Oggi Guevara, a parte le sciocchezze dei gadget, è un uomo quasi dimenticato, tanto che proprio in questi giorni di celebrazioni o demonizzazioni di Castro e della Revoluciòn è stato ricordato solo di sfuggita. Ma per noi, che fummo anarchici e libertari nella nostra adolescenza, e lo rimaniamo, il “Che” è un mito che non rinneghiamo. Perché fosse di sinistra o di destra, o tutte e due le cose, o nessuna, il “Che” rimane un esempio, pressoché unico nel mondo moderno, dominato dal cinismo, dal realismo, dalla forza del denaro, di un uomo che non solo ha combattuto il potere ma lo ha disprezzato al punto tale da abbandonarlo per inseguire, pagando con la vita, nient’altro che un sogno.

Per questo in questi giorni preferiamo ricordare la rivoluzione cubana non nel nome di Castro ma nel nome del “Che”. “Hasta la vista, hasta siempre, comandante Che Guevara”.

Massimo Fini su il Fatto Quotidiano, 30 novembre 2016

 

 

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Reductio a Hitlerum

Titolo originale > Dove andremo a finire, signora mia

Mauro Poggi

Sempre a proposito di com’è strana la gente, vale la pena ascoltare lo sfogo dell’inviata RAI Giovanna Botteri, a proposito delle elezioni che hanno visto, ahilei, la sua adorata Hillary dolorosamente sconfitta.
In preda allo sconcerto più profondo, la Botteri non riesce a capacitarsi di come tanta gente abbia potuto scegliere Trump nonostante l’incondizionato schieramento della totalità dei media a favore della candidata democratica. Le sue considerazioni, che l’amarezza ha evidentemente liberato dai freni inibitori, rivelano senza pudore la vera funzione del mestiere svolto dai giornalisti omologati al potere: che non è quella di produrre informazioni, ma di veicolare il consenso.

Ecco le illuminanti enunciazioni botteriane:

Io mi chiedevo, anche con gli altri colleghi che sono qui, che cosa succederà dopo queste elezioni. Non solo cosa succederà alla Casa Bianca con Trump, ma cosa succederà alla società civile americana. Per esempio [un esempio a caso…] che cosa succederà…

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Strana gente, la gente

… un altro 11 settembre… un supposto 11 settembre bis… ma se il primo è stato come è stato… una immane storica tragedia… questo secondo altro non è che una farsa di cattivo gusto…

Mauro Poggi

Ieri e oggi cortei di protesta contro l’elezione di Donald Trump: “He’s not my president”. Una signora intervistata dichiara che per l’America è un altro 11 settembre, “un 11 settembre politico”, e che sente il bisogno di “scusarsi con il resto del mondo per quanto è accaduto”.
Con l’espressione quanto accaduto si riferisce al risultato delle elezioni, non ai quindici anni di guerre devastanti che prima Bush e poi Obama, con l’appoggio e la collaborazione entusiasta di Hillary Clinton,  hanno allegramente seminato in giro per il mondo.

A Trump non perdonano frasi e atteggiamenti sessisti, né le dichiarazioni razziste. Tutto censurabile, per carità.

Quando Bush jr fu eletto per la seconda volta, nel 2004, aveva alle spalle una guerra preventiva scatenata contro l’Iraq con il pretesto che Saddam Hussein proteggeva i terroristi e possedeva illegalmente armi di distruzione di massa.
Che quelle fossero menzogne lo si era capito subito, e…

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Diana Baylon /13

http://www.amaci.org/gdc/dodicesima-edizione/la-leggerezza-di-diana-baylon

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al quaeda & pentagno il/limited

 

al-qaeda-esecuzionidal Corriere del Ticino >I video di Al Qaeda? Così falsi da sembrare veri e commissionati non da Bin Laden, ma dal Pentagono, per il tramite dell’agenzia di PR britannica Bell Pottinger che per almeno cinque anni ha lavorato in Iraq su mandato del Dipartimento della difesa americano ottenendo un compenso di oltre 100 milioni di dollari all’anno. Totale: 540 milioni di dollari, una cifra esorbitante.
Sì, sì, avete letto bene: certi filmati di Al Qaeda erano ‘made in USA’. A rivelarlo è il Bureau of Investigative Journalism in un’ottima inchiesta appena pubblicata sul web, incentrata sulla testimonianza di un video editor, Martin Wells, che quei filmati li ha fatti in prima persona, e riscontri nei documenti ufficiali.

La storia è intrigante, quasi da film. Siamo a Londra. Wells, un video operatore free lance, nel maggio del 2006 viene contattato con la prospettiva di un contratto in Medio Oriente e al primo colloquio si accorge che il committente è molto particolare. Non è la solita società di produzione ma l’ambiente in cui viene accolto è militare; anzi di intelligence militare. Viene scortato da guardie armate all’ultimo piano di un palazzo. Il
colloquio è breve e gli comunicano subito l’assunzione perché hanno fatto delle verifiche sul suo conto e lo hanno trovato «pulito». Tempo 48 ore e si trova a Baghdad in una base ultraprotetta, una centrale dove vengono pianificate operazioni di guerra psicologica, in gergo le psyops, alcune delle quali tradizionali. “Dovevamo produrre filmati “bianchi” ovvero nei quali la fonte era dichiarata, tendenzialmente si trattava di spot contro Al Qaeda”, spiega Wells.

Ma altre erano decisamente meno trasparenti. “La seconda tipologia era ‘grigia’: finti servizi giornalistici che poi venivano mandati alle Tv arabe”. E poi c’era quella “nera” in cui la paternità dei video era “falsamente attribuita”. Insomma false flag, che Wells spiega così: “Producevamo finti filmati di propaganda di Al Qaeda, secondo regole e tecniche precise; dovevano durare dieci minuti ed essere registrati su dei CD, che poi i marines lasciavano sul posto durante i loro raid, ad esempio durante un’incursione nelle case di persone sospettate di terrorismo. L’obiettivo era di disseminare questi video in più località, possibilmente lontani dal teatro di guerra perché scoprire filmati di quel genere in località insospettabili avrebbe aumentato il clamore e l’interesse mediatico”. Dunque non solo a Baghdad, ma anche “in Iran, in Siria (prima della guerra) e persino negli Stati Uniti”.

Capito? Certi angoscianti scoop che rimbalzavano sul web o in Tv in realtà erano fabbricati a tavolino da una società di PR britannica all’interno di una base statunitense in Iraq. E vien da sorridere pensando che poi erano la CIA o la Casa Bianca a certificarne l’autenticità.
Wells conferma modalità che gli esperti di spin conoscono bene. Il mandato viene affidato da un governo a società di consulenza esterne per aggirare la legge, evitare il controllo di commissioni parlamentari e proteggere le istituzioni nell’eventualità che queste operazioni vengano scoperte e denunciate dalla stampa, cosa che peraltro non accade quasi mai. I fatti svelati dal Bureau of Investigative Journalism infatti risalgono al periodo 2006-2011; nel frattempo la Bell Pottinger è passata di mano e le truppe americane si sono ufficialmente ritirate dall’Iraq. Lo scoop è sensazionale ma difficilmente assumerà rilevanza internazionale perché riguarda un passato lontano e infatti la maggior parte dei grandi media lo ha ignorato.

Intendiamoci. Il fatto che in un contesto di guerra, seppur particolare come quella al terrorismo, si possano concepire operazioni di questo tipo non sorprende. Lo insegnano, da secoli, Sun Tzu e Machiavelli. Il problema è che di solito sono limitate al teatro di guerra, mentre negli ultimi anni hanno assunto una valenza globale. Quella propaganda non è rivolta solo agli iracheni e agli attivisti di Al Qaeda ma anche ai cittadini del resto del mondo, persino agli americani nonostante la legge statunitense lo vieti espressamente. Ed è diventata sistematica. Sappiamo che la guerra in Iraq è stata proclamata su accuse inventate a tavolino. Sappiamo che i report sull’andamento della lotta ai telabani in Afghanistan sono stati falsificati per anni ingigantendo i successi dell’esercito americano, sappiamo delle manipolazioni mediatiche di alcuni drammatici episodi del conflitto in Siria e sappiamo anche che alcuni filmati dell’ISIS sono stati postprodotti e manipolati, in certi casi anche con risvolti comici, come quello in cui i terroristi scorrazzano per il deserto iracheno su un pick-up con le insegne di un idraulico del Texas.
La frequenza e l’opacità di questi episodi pone un problema di fondo, molto serio: quello dell’uso e soprattutto dell’abuso delle tecniche di psyops, che non può diventare un metodo implicito di governo attraverso il condizionamento subliminale ed emotivo delle masse. Non nelle nostre democrazie” – Marcello Foa

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il bollito Oliva

dalla copertina di Frigidaire

dalla copertina di Frigidaire

Mi ricordo che quando uscì questa copertina dedicata al futuro ABO, mi scaraventai da Vincenzo Sparagna comunicandogli che si poteva scordare la mia collaborazione a Frigidaire. Ma Vincenzo che è un napoletano matricolato, farfugliando vaghezze sulla necessità di dare spazio a qualche star, pur di incrementare le vendite, mi convinse a recedere e purtroppo re/cessi, frangente di cui non mi sono ancora perdonato, anche se ricordo d’avergli detto che talvolta certi uomini (sic!) possono essere anche più osceni dei re. Che poi il bollito in questione, oltre che un marchettaro, come lo de/finisce il professor Di Marino nel pezzo sotto riportato, sia anche un mistificatore l’ho detto e ridetto & scritto un’infinità di volte persino sul Fatto, senza ovviamente ricevere alcun riscontro di sorta, visto & considerato che il bollito, al pari anzi nel dispari confronto con il marchese del Grillo, ritiene che lui è lui e gli altri non sono un cazzo. Come conferma in questa sua intervista a la Repubblica in cui pare – non mi capita spesso di leggere questo quotidiano d’accatto – si sia permesso di prendere a pesci in faccia critici e/o storici dell’arte come Carlo Giulio Argan, Enrico Crispolti e Maurizio Calvesi, sui quali posso dire solo un gran bene, visto & considerato che Argan venne all’inaugurazione della mia La Società dello Spettacolo in multivision (Rotonda della Besana 1975), che Calvesi recensì dedicandoci la terza pagina del Corsera, mentre con Crispolti collaborai, assieme al ghota dell’arte contemporanea d’allora, al Progetto Arcevia per una comunità esistenziale (Biennale 1976). Aggiungo che nessuno dei tre uomini succitati, di cui due sono scomparsi e quindi non possono difendersi dalle scemenze di questo pelide Achille impazzito, chi lo frequenta sa di cosa, mi ha mai chiesto un centesimo, a fronte dell’anda e rianda che furoreggia nella così/detta arte con/temporanea italiota d’oggidì, in base alla quale per avere, poniamo, un straccio di presentazione da parte di un qualsiasi giovane curator e/o coglione, e solo questione di tre o quattro zeri da apporre a un numero che va da 1 a 10; se poi il coglione è un vegliardo rinomato, gli zeri possono assurgere ad libitum & chi più ne ha più se lo metta anche di più.

 

Con tutta la stima (e anche la simpatia, perché no) che tutti nutriamo verso Bonito Oliva, non capisco come si possa ridurre la figura di due grandi studiosi che sono stati maestri di molti di noi a una macchietta. Traggo dall’intervista ad ABO oggi su “Repubblica” fatta da Gnoli: “Argan a un certo punto divenne sindaco di Roma e la sua eredità di storico e critico passò agli ‘argonauti’, buoni studiosi, ma senza essere dei leader. Crispolti finì ad occuparsi di Guttuso e Calvesi delle sculture di Gina Lollobrigida”. A dire una cosa del genere è un critico che – come tanti suoi colleghi, per carità – si è spinto a fare marchette in cambio di soldi, avallando artisti di ogni grado e livello. Quindi, ricordare Calvesi solo perché una volta avrà scritto un testo sulle opere della Lollobrigida mi sembra un colpo basso. Dopodiché non tutti i critici d’arte e i curatori devono necessariamente essere “leader” come ABO, posando nudi su “Frigidaire”. Ci sono anche quelli che hanno fatto ricerca nel vero senso della parola, che hanno dedicato gran parte dell’esistenza alla scrittura e all’insegnamento. Penso, francamente, che giunti a una certa età perseverare con gli screzi e le rivalità che vanno ormai avanti da oltre 40 anni non faccia bene a nessuno. Ecumenicamente tutti quelli nominati hanno avuto la loro importanza. Calvesi, non dimentichiamolo, è stato il primo a scoprire Schifano, è stato il primo a curare una mostra fondamentale (che ha anticipato perfino l’Arte Povera lanciata da Celant) ovvero “Fuoco immagine acqua terra” (1967), il primo anche a occuparsi di videotape (“Gennaio ’70” con Barilli) spaziando con versatilità dall’arte del seicento al contemporaneo. Crispolti è tra i maggiori esperti del futurismo e del novecento italiano (Guttuso incluso, e non mi pare una colpa così grave per uno storico dell’arte). ABO, più che per la Transavanguardia, va ricordato per mostre epocali come “Contemporanea” e “Vitalità del negativo” e sicuramente per essere da sempre all’avanguardia attraverso il suo approccio di critico militante. Al di là dei torti e delle ragioni, mi chiedo: sulla soglia degli 80 anni non sarebbe il caso di finirla col contendersi le “spoglie” di Argan, di ammorbidirsi, di riappacificarsi con gli altri e riconoscerne anche i meriti?” – Bruno Di Marino

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