Perché voglio dispiacere

Su l’Internazionale di questa settimana nell’oroscopo di Rob Brezsny leggo: “Ci sono individui che hanno il potere di curare i problemi fisici e le distorsioni mentali di una persona e in questo momento, vergine, il tuo potere curativo è massimo. Ti prego di invocarlo in tutta la sua intensità e di usarlo con chiunque se ne possa giovare”. Ma una cura, qualsiasi cura, comporta qualche dose di dispiacere. Da vergine quale sono, preferisco applicare questo potere curativo ai giovani, assai più bisognosi di cure dei giovani & vecchi babbioni & cadaveri eccellenti che ammorbano la vita di questo bel paesino. Immersi nell’insopportabile narcisismo diffuso che affligge persino coloro che, per la visibilità di cui godono – artisti, giornalisti, politici, scrittori che non avrebbero bisogno di piacere sempre di più – ho deciso di titolare questo blog voglio dis/piacere. Convinto che dispiacerò ai molti per poter piacere ai meno. Come? Cercando di dire la verità anche se per dirla è necessario essere disposti a tutto, anche ad andare contro se stessi. Guy Debord, “maestro” de La Società dello Spettacolo, alla fine della sua vita dichiarò d’esser riuscito a dispiacere universalmente, io mi accontento di dis/piacere local/mente.

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I compagni di merende

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L’editoriale di Marco Travaglio sul Fatto di oggi in edicola
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“L’altro ieri, mentre i carabinieri arrestavano Alfredo Romeo a Napoli e perquisivano Carlo Russo a Scandicci, si spegneva a 86 anni, in un ospizio vicino a Firenze, Fernando Pucci, l’ultimo dei “compagni di merende” balzati agli onori delle cronache giudiziarie negli infiniti processi per i delitti del mostro di Firenze. Per anni il suo nome fu associato a quelli degli altri compari: Pietro Pacciani, Mario Vanni e Giancarlo Lotti. Nessuna parentela con lo scandalo Consip, per carità: sia perché in quei processi si parlava di omicidi, in questa inchiesta invece al massimo di corruzioni, traffici di influenze, soffiate e favoreggiamenti; sia perché allora il Pucci e il Lotti erano testimoni d’accusa che collaboravano con la giustizia, mentre ora il Renzi e il Lotti (il ministro Luca, solo omonimo) sono indagati e negano pure l’evidenza. Ma la suggestione dei compagni di merende, cioè di quel mondo di furbi provincialotti di paese che si vedono al bar tabacchi e custodiscono segreti inconfessabili, viene naturale alla lettura delle carte dell’inchiesta Consip. Torna alla mente quel che disse della sua Firenze un cittadino doc come Dante Alighieri a Jacopo Rusticucci nel girone dei sodomiti, al canto XVI dell’Inferno: “La gente nova e i sùbiti guadagni/ orgoglio e dismisura han generata,/ Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni”. È più o meno quel che accadde quattro anni fa, quando dal contado toscano marciò e poi marcì su Roma quello che la stampa del servo encomio nobilitò come Giglio Magico e che oggi la stessa stampa convertita al codardo oltraggio sbeffeggia come Giglio Tragico o Giglio Marcio.

Stiamo parlando del Renzi da Rignano e poi da Pontassieve, del Lotti da Empoli, della Boschi da Laterina (Arezzo), del Bonifazi della Gavinana e di tutta l’allegra brigata, ben presto seguita alla luce del sole dal Verdini da Fivizzano (Lunigiana) e nell’ombra da babbo Renzi (sempre da Rignano), da babbo Boschi (sempre da Laterina), da Carlo Russo da Scandicci e da tutto il cucuzzaro. Un mondo chiuso, a parte, di gente nova irresistibilmente attratta da sùbiti guadagni. O, per dirla con Rino Formica, impareggiabile coniatore di definizioni immortali (“la politica è sangue e merda”, “intorno a Craxi vedo solo nani e ballerine”): “Renzi non ha cultura politica. È il provinciale che va in città, quello che entra nel negozio di lusso e tocca la merce, l’annusa”. Chissà se il babbo trafficava per sé o per altri (“il sangue – spiega Formica a Repubblica – oggi è sofferenza altrui, mentre la merda, il lavoro sporco, lo devono fare gli altri”).

E chissà se il figlio era come i cornuti, l’ultimo a sapere ciò che parenti e amici sapevano benissimo. In attesa di scoprirlo, non c’è miglior definizione di quella di Formica per una combriccola di parvenu troppo rapidamente assurti a statisti, riformatori, financo padri costituenti. Tutti accomunati da un’attrazione fatale per i furbastri, gli spregiudicati, talvolta anche i pregiudicati. Come dimenticare la prima comparsata del giovin Matteo a Canale5, alla Ruota della Fortuna? E poi la visita clandestina alla villa di Arcore da sindaco di Firenze, subito svelata dal padrone di casa per far capire chi dei due era quello furbo? E la missione romana di babbo Boschi che, volendo salvare Banca Etruria, si affida al re dei faccendieri d’antan Flavio Carboni, condannato definitivamente per bancarotta fraudolenta?

Uno legge le carte dell’inchiesta Consip, tra presunti pranzi “in bettola”, presuntissime tangenti cash col “metodo della mattonella” (come Totò e Peppino alle prese con la malafemmina), probabili “bistecchine” mangiate chissà dove con Romeo, i pizzini di quest’ultimo stracciati e ricomposti in discarica, le incursioni nel bosco di Rignano per confidarsi con gli amici del bar che ormai aveva troppi orecchi, le Srl di mamma Lalla, e tutto torna. Non sul piano giudiziario, per cui occorrerà attendere i classici 10-15 anni di processi. Né su quello della responsabilità etico-politica, concetto ormai caduto in desuetudine almeno quanto il conflitto d’interessi (infatti si continua a ripetere che le colpe dei padri non ricadono sui figli, come se fosse normale che il padre del capo del governo faccia affari con imprenditori che fanno affari con il governo). Ma sul piano antropologico ed estetico, che spiega la politica degli ultimi anni meglio di qualunque saggio o editoriale.

Per chi voleva vedere e capire, non c’era mica bisogno dell’ultima indagine. Di avvisaglie erano piene le cronache, soprattutto del Fatto, e qualche libro (chi ha letto i due dedicati al clan Renzi dal nostro Davide Vecchi lo sa bene) degli ultimi tre anni, anche se le meglio penne del bigoncio giravano alla larga, almeno finché il referendum del 4 dicembre non consegnò al Paese il certificato di morte almeno provvisoria del padrone pro tempore dItalia. Bastava unire i puntini, e già il disegno veniva fuori chiaro e lampante. Ricordate le decine di Rolex anche d’oro massiccio donati da sovrano dell’Arabia Saudita al premier Matteo e alla sua corte venuta a Riyadh a omaggiarlo? La legge, trattandosi di regali superiori ai 300 euro, imponeva di depositarli in un magazzino di Palazzo Chigi a disposizione dello Stato, invece sono spariti tutti, tranne uno: quello dell’irreprensibile interprete arabo. Chissà mai chi se li è fregati.

Ricordate gli scontrini nascosti dall’ex sindaco di Firenze passato nel frattempo a miglior carriera e dal suo successore, il sindaco al Plasmon Dario Nardella, sulle sue spese non proprio tutte “istituzionali” rimborsate dal Comune ai tempi di Palazzo Vecchio, proprio mentre il suo partito scacciava per molto meno il sindaco di Roma Ignazio Marino davanti a un notaio? Tra le poche ricevute emerse dalle indagini della Corte dei conti, il Fatto scoprì quelle di un viaggio Firenze-Roma del Renzi e del Lotti di nove anni fa: i due figli papà democristiani, l’uno sindaco di Firenze l’altro capo di gabinetto, ogni volta che erano chiamati nella Capitale da imprescindibili impegni politici nazionali, sceglievano di soggiornare all’Hotel Raphael di largo Febo, che Craxi aveva eletto a sua residenza capitolina, che ospitava i vertici con politici, faccendieri e portamazzette, che nel ’93 fece da sfondo al celebre lancio di sputi e monetine, e da cui un anno dopo – perduta l’immunità parlamentare – Bettino partì per l’ultimo viaggio dall’Italia ad Hammamet.

Una scelta curiosa, per una giovane marmotta democristiana che si era laureata in Legge con tesi su Giorgio La Pira e, divenuta sindaco, aveva respinto come “diseducativa” la proposta dei nostalgici del craxismo di dedicare una piazza di Firenze all’”esule” Bettino e infine da premier aveva rivendicato l’eredità di Berlinguer dall’appropriazione di Casaleggio. Ma forse il Raphael era semplicemente una scelta simbolica dello spirito-guida che segretamente si era scelto come modello politico. Tant’è che quasi tutti i reduci del craxismo arrembante, da Ferrara a Minoli, da Sacconi a La Ganga, senza dimenticare le truppe di complemento come Napolitano e Amato, avevano eletto “Renxi” a loro nuovo beniamino. E lui era ripartito proprio da Craxi, senza peraltro averne la stoffa: la “grande riforma” della Costituzione con Verdini, il decisionismo, il rampantismo, l’antiparlamentarismo, l’harem di imprenditori-prenditori e manager-magnager di fiducia, lo stuolo di leccapiedi, il culto della personalità, la Leopolda al posto della piramide di Panseca, le leggi pro-Mediaset e anti-giudici, il garantismo peloso (ma solo per gli amici) e la scomunica a Mani Pulite “barbarie giustizialista”.
E ora, inevitabile nemesi storica, a dannarlo arriva il Fattore S, come soldi. O A, come affari, sia pure non per linea diretta, ma ereditaria. Qualche webete già profetizza un imminente trasloco nella villa di Hammamet o nell’ospizio di Cesano Boscone, ma sarebbe troppo. Siccome, diceva Marx, le tragedie della storia tendono a ripetersi in forma di farsa, per questi compagni di merende pare eccessivo anche il bar sport di Rignano” – Marco Travaglio

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l’uovo di Colombo

Mauro Poggi

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È noto che l’idea di Colombo di raggiungere il Cipango navigando verso occidente fu accolta con molto scetticismo.

C’è un aneddoto famoso, variamente declinato, che racconta di queste difficoltà. Una delle versioni narra che Colombo, durante l’ennesima udienza alla corte di Isabella, si sentì obiettare da un cortigiano che l’idea non poteva essere giusta, perché se lo fosse stata davvero allora qualcuno l’avrebbe pensata prima.
Si sa come andò: Colombo chiese che gli venisse portato un uovo e sfidò i presenti a farlo stare dritto in equilibrio. Quando tutti si arresero, con un leggero colpetto sul tavolo egli ne incrinò la base, appiattendola quanto basta perché l’uovo restasse in piedi, e alle proteste stizzite dei presenti che in quel modo erano capaci tutti, lui replicò: “Sì, ma il solo ad averci pensato sono io”.

Si noti che secondo la periodizzazione storica in quel momento il mondo occidentale convenzionalmente non era…

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intelligence usa & media europei

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Udo Ulfkotte, giornalista tedesco ed ex editore del quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung, racconta come la CIA corrompe e sottomette i media Europei per fargli fare propaganda favorevole agli Stati Uniti e anti Russa. I non allineati perdono il posto di lavoro. Ulfkotte ha rilasciato questa intervista ad RT e Russia Insider

https://youtu.be/Fm0HX1sDqY0

 

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fenomenale Trump

Donald Trump

from Il Corriere del Ticino Trump senza freni rompe ogni tabù / I retroscena dello scontro durissimo con Obama di Marcello Foa

È sempre più interessante questo momento politico negli Usa. Non solo per le polemiche politiche quanto, soprattutto, per la capacità di Trump di spiazzare l’establishment, di rompere le regole non scritte che hanno accomunato dagli anni Ottanta a oggi il partito democratico e quello repubblicano.

Ho già spiegato in altre occasioni come funziona la democrazia americana: la rivalità tra i due partiti sui temi che contano – difesa, politica estera, finanza, globalizzazione – è più apparente che reale. Il sistema presidenziale ha funzionato in modo tale da garantire che alla fine si affrontassero due candidati – uno di destra e uno di sinistra – che, a dispetto dell’apparente fortissima rivalità, in realtà condividevano le scelte di fondo e l’appartenenza al ristretto establishment che governa davvero l’America e che funziona come una sorta di “Rotary”: che vincesse il candidato progressista o quello conservatore poco importava, entrambi erano membri dello stesso club.

Le elezioni del 2016, invece, hanno segnato una rottura con questo schema perché alle primarie sono emersi ben due candidati in grado di strappare la nomination: Sanders tra i democratici e Trump tra i repubblicani. Sanders sono riusciti a fermarlo con i brogli nel partito democratico, che hanno costretto alle dimissioni il presidente del Partito Debbie Wasserman Schultz; con Trump hanno fallito, sebbene abbiano tentato in ogni modo di fermarlo. Ed è significativo che molti leader repubblicani si fossero schierati con Hillary Clinton durante l’ultima fase della campagna, a cominciare dalla famiglia Bush. Di fronte al rischio di perdere la Casa Bianca, l’establishment ha fatto saltare le apparenze: anche i repubblicani “mainstream” erano per Hillary. Come tutte le celebrities di Hollywood. Come tutta la stampa.

Demonizzare Trump, distruggere la sua immagine, attaccare la persona prima ancora delle idee, screditarlo in ogni modo. Questo era lo schema, peraltro già usato in passato e non solo negli Stati Uniti. Ma non è bastato.

Trump ha vinto. E non sembra intenzionato a recedere dai propri propositi. E’ un uomo che spiazza sempre. Lo ha fatto esternando la sua ammirazione per Putin per non aver risposto all’espulsione dei 35 diplomatici; ha continuato a ritenere non credibili le accuse di ingerenza russe nella campagna elettorale, smontando le accuse provenienti dall’Amministrazione Obama e dalla Cia.

Nell’ambito di questa polemica ha dimostrato un’ottima conoscenza delle tecniche di spin dentro le istituzioni, che è la forma più insidiosa di manipolazione delle notizie; perché viola un concetto fondamentale in democrazia: quello dell’autorevolezza e dell’attendibilità delle fonti che provengono dall’istituzione stessa. O meglio: abusa di questa autorevolezza per diffondere notizie che hanno l’aura della veridicità, che appaiono comprovate, e che invece sono strumentali, parziali e talvolta totalmente inventate.

Quando scrive in un tweet: “Chiederò ai capi delle commissioni di Camera e Senato di indagare sulle informazioni top secret condivise con l’Nbc”, facendo riferimento al rapporto d’intelligence per il presidente Barack Obama sugli attacchi hacker russi, a cui Nbc News ha avuto accesso in anticipo, in plateale violazione del segreto di Stato; accende un faro su una tecnica di spin doctoring diffusa e molto insidiosa. Chi conosce come viene gestita la comunicazione alla Casa Bianca, sa che questi non sono scoop giornalistici ma fughe pilotate e concordate al massimo livello. A cui Trump dice basta, rompendo ancora una volta la tacita consuetudine bipartisan, che induceva i due partiti a non indagare mai su quelle che talvolta erano vere e proprie frodi, come le motivazioni della guerra in Iraq.

Rapporto d’intelligence che, peraltro, ha rinnegato pubblicamente, parlando di “caccia alle streghe” e rompendo un altro tabù: mai nella storia recente americana un presidente si era permesso di mettere in dubbio il lavoro dei vertici dei servizi segreti, di cui non si fida e che intende ridimensionare nei primissimi mesi della propria presidenza. Salteranno tante teste e la struttura dell’intelligence verrà completamente rivista.

Un’operazione di un’audacia senza precedenti. E che spiega il grande nervosismo di Obama e della ristretta élite che ha governato fino ad oggi l’America e il mondo. Non è un caso che proprio quell’establishment abbia tentato nelle ultime settimane di imporre la censura sul web, lanciando una campagna coordinata in più Stati, inclusa l’Unione europea e Italia, sempre prontissime nel recepire i desiderata di Washington o meglio della Washington che sta uscendo di scena.

Il web ha permesso a Trump (e prima di lui al britannico Farage) di scardinare un sistema che sembrava perfetto e intramontabile. Per questo l’establishment globalista tenta, con un colpo di coda, di silenziare il web, usando qualunque pretesto: gli hacker russi, l’Isis, le fake news.
Non può riuscirci, non deve riuscirci.

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Matteo Fi/renzi la caduta

Matteo Fi/ renzi

Matteo Fi/ renzi

Matteo impagliato e il busto d’Alfieri, di Napoleone, i fiori in cornice (le buone cose di pessimo gusto), il caminetto un po’ tetro, le scatole senza confetti, i frutti di marmo protetti dalle campane di vetro, un qualche raro balocco, gli scrigni fatti di valve, gli oggetti col monito salve, ricordo… È giunta in vacanza la grande sorella Maria Elena con la compagna Etruria!… L’Air Force Renzi. Il chiodo di Fonzie. Le slide. La cybersecurity a Carrai. Il monito di Re Giorgio. “Facciamo un salto, battiam le mani, ti salutiamo tutti insieme presidente Renzi! Presidente Renzi, d’ora in poi, ovunque vai, ricordati di noi!”. L’ultima cena (non si sapeva ancora di chi) alla Casa Bianca. Caro Barack, caro Matteo. Le Olimpiadi a Casa Italia. Il Piano Casa Italia. La casa di Firenze pagata da Carrai. Mai al governo senza passare dalle urne. Enrico stai sereno. “La Botticelliana Madia e la giaguara Boschi” (copyright La Stampa). #lavoltabuona, # lasvoltabuona, #unariformaalmese, #italiariparte, #semplificaitalia, #italiabella, #scuolabella, #labuonascuola, #eppursimuove, #cambiaverso, #coseconcrete, #proviamoci, #cominciamoildomani, #allafacciadeigufi, #passodopopasso.

Stiamo cambiando l’Italia. Cambiamo l’Europa. Investite in Mps, è un affare. BastaunSì per i malati di cancro e i bambini diabetici. Ma anche per combattere meglio il terrorismo. Gratteri ministro della Giustizia. “Mio padre è finito un po’ al centro delle attenzioni non per quello che ha fatto a Banca Etruria, ma perché portiamo lo stesso cognome”. Arrivo arrivo! I gufi, gli sciacalli, gli avvoltoi, i brontoloni, i soloni, i rosiconi, i professoroni, gli archeologi travestiti da costituzionalisti che difendono il Codice di Hammurabi. I leoni da tastiera che non mi guardano in faccia. Lo stilista Scervino e il pantalone sopra la caviglia. Piaccia o non piaccia. Il cappotto col bottone spaiato sistemato dalla Merkel. L’accozzaglia del No. La Generazione Telemaco (copyright Massimo Recalcàzzola). La Boschi e Agnese. La crociera a Ventotene con Angela e François. Speriamo che i greci boccino il referendum di Tsipras. Siamo contro la Brexit. Siamo tutti con Hillary. Li abbiamo asfaltati. La Palude. La Rivoluzione. Il Big Bang. Il Fertility Day. Fassina chi? Cuperlo chi? Bersani chi? D’Alema fa vincere il Sì. Il Partito della Nazione. Abbiamo nominato Cantone all’Anticorruzione e commissariato il Mose. Non si fermano le Olimpiadi, ma i ladri. Un Expo mafia free. Il Daspo per i corrotti. Tutti innocenti fino alla Cassazione. Denis è rimasto coerente.

“Sciatore provetto, giacca azzurra, occhiali a specchio, attrezzatura impeccabile, si tuffa con stile sicuro sulle piste da sci anche su percorsi mediamente impegnativi” (copyright Ansa-Fantozzi). Fuori i partiti dalla Rai. Campo Dall’Orto è un grande professionista. Giannini e Floris fanno meno di Rambo. Fuori i partiti dalle banche. Dottor Viola, lei a Mps non è più gradito dal governo. Il modello Marchionne. Il modello Technogym. Il modello Gromm. Il modello Eataly. Il Quarantun Per Cento. Gli 80 euro. I 566 mila nuovi posti di lavoro. Professor Zagrebelsky, mi meraviglio di lei, ho studiato sui suoi libri. Il guru Jim Messina. Lo chef Bottura. Costantino Della Gherardesca. Il Jobs Act. L’Italicum che tutto il mondo ci invidia e ci copierà. L’Italicum lo cambiamo. I magistrati protestano, brrr che paura! Mani Pulite barbarie giustizialista. Non sono bello, sono ingrassato, non si abbottona la giacca. L’Unità di Erasmo d’Angelis. Benvenuto a Sergio Staino. Testa di Chicco. Rondolino. Velardi. Andrea Romano. La Rottamazione. Berlusconi game over. Il Patto del Nazareno. Abbiamo fatto la legge sul voto di scambio. De Luca è un’icona dell’antimafia. Caro Roberto Saviano, la lotta alla mafia è la priorità. Faremo il Ponte sullo Stretto per creare 100 mila nuovi posti di lavoro. Un sorriso a tutti. Le Leopolde. L’Italia della conoscenza, non delle conoscenze. La vigilessa Manzione all’ufficio legislativo. Beppe Sala. Alfonso Signorini. Il paparazzo di Palazzo Chigi. The Royal Baby (copyright Giuliano Ferrara). La Repubblica delle Idee. Il finanziere Serra. Papà Tiziano. “Expo sarà un No Gufi Day”. “Non servono più i chicchirullò, servono risposte”. Signori miei. Ce la stiamo facendo. La riforma attesa da 70 anni. Non ci saranno più riforme per i prossimi 30 anni.

L’Italia del Sì contro l’Italia che dice sempre No. Non siamo attaccati alle poltrone. Se perdo lascio la politica, cambio mestiere e vado a casa. Vi vedrò in poltrona con i pop corn. Ho sbagliato a personalizzare. Lo faccio per i miei figli. “Tagliamo la Casta di un terzo: uno, due, morto!”. La generazione Happy Days. Maria De Filippi. Barbara D’Urso. Il libro di Vespa. Il generale Adinolfi e il generale Toschi. Le autoblu all’asta su eBay, venghino signori venghino. Non parlo dell’articolo 18, è un falso problema. La lotta all’evasione. Aboliamo Equitalia. Il fisco amico. L’amico Briatore. Mai più prescrizione. I due marò a casa. Tutta la verità su Regeni. L’amico Al Sisi. La flessibilità in Europa. Il veto sul bilancio Ue. La crescita del Pil. Basta zero virgola. Andate in vacanza belli allegri, lavoriamo a una ripresa col botto. Lo Sblocca Italia. La Smart. La mia scorta sono i cittadini. La zona rossa alla festa dell’Unità di Catania e alla Leopolda. L’elicottero blu per Courmayeur. Aboliremo i vitalizi. Dimezzeremo il numero e gli stipendi dei parlamentari. Il cronoprogramma. La road map. Una riforma al mese. I cento giorni. I mille giorni. Ciaone… Ti fisso nell’albo con tanta tristezza, ov’è di tuo pugno la data: sette di dicembre del duemila sedici…
Ps. Se hai bisogno di qualcuno con cui parlare, fai un colpo di telefono. Siamo qui”  – Marco Travaglio, Pontassieve memories, il Fatto Quotidiano 8 dicembre 2016matteo renzimatteo renzi

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La ribellione non era Fidel ma Ernesto

from webguerrillero sandinista

il Che

Massimo Fini su il Fatto quotidiano > “Fidel Castro è un uomo affascinante” mi disse una volta Susanna Agnelli, certamente non sospettabile di filocomunismo, che lo aveva incontrato a Cuba quando era ministro degli Esteri. E che lo fosse, affascinante, nessuno, nemmeno i suoi più irriducibili detrattori, può negarlo. Naturalmente questo non può assolverlo dalle sue colpe e dai suoi crimini durante i quasi cinquant’anni della dittatura e puntualmente documentati da quel grande inviato che è Fausto Biloslavo, molto filoamericano, forse troppo, che si rifà ai dati forniti dal Cuba Archive Project: 9.240 le “morti politiche”, 5.600 i cubani giustiziati, 1.200 quelli eliminati nelle esecuzioni extragiudiziarie, 8.616 i casi di detenzione arbitraria documentati nel 2015 e 2.500 nei primi due mesi di quest’anno. Poi c’è la repressione delle libertà individuali e in particolare di quella di espressione di cui hanno fatto le spese molti intellettuali cubani. Tutti i giornali della destra, nei giorni della morte di Fidel, hanno focalizzato l’obbiettivo su questi dati incontrovertibili. Peraltro non molto lontani dagli stessi crimini commessi dal generale egiziano Abd al-Fattah al-Sisi in soli tre anni e mezzo da quando prese il potere nel luglio del 2013 con un golpe militare (e un golpe si differenzia da una rivoluzione, perché questa ha bisogno dell’appoggio della popolazione o di buona parte di essa). Ma sui crimini di al-Sisi la destra e anche la sinistra (ricorderete la dichiarazione di Matteo Renzi che lo definiva “un grande statista”) non ha mai alzato un laio se non per il caso di Giulio Regeni che è solo uno dei circa 2.500 desaparecidos nell’era al-Sisi. Ma, si sa, l’Egitto è un alleato degli americani, come americano fu il sostegno al dittatore Pinochet e ai tanti altri dittatori sudamericani che gli tornavan comodi.

E’ stata poi pudicamente sottaciuta la situazione di Cuba prima che la Revoluciòn spazzasse via il regime di Fulgencio Batista che non era meno sanguinario di quanto lo sarà poi quello di Castro e che aveva fatto di Cuba un bordello e un Grande Casinò ad uso dei ricchi statunitensi. E allora si capisce facilmente perché poche centinaia di castristi siano riusciti a rovesciare in poco tempo il regime di Batista per ridare all’isola e ai suoi abitanti la propria identità.

Pochissimo invece si è parlato in questi giorni di Ernesto Che Guevara, il ‘numero due’ della rivoluzione cubana e il primo sul campo di battaglia. Di questo medico argentino, malato di asma che andò a Cuba per combattere per una causa non sua e poi, dopo pochissimi anni di potere come ministro dell’Industria e dell’Economia, vista l’aria che tirava nonostante qualche primo successo sul piano sociale che poi Castro rafforzerà con grande fatica a causa dell’embargo americano imposto all’isola ma grazie anche all’appoggio dell’Unione Sovietica, andrà a combattere in Bolivia per un’altra causa non sua e vi troverà, nel 1967, la morte in battaglia.

Il mito di Guevara è stato negli anni altalenante. Per quel che mi riguarda la prima volta che seppi di Guevara fu nel ’57 o nel ’58, non ricordo bene. A quell’epoca Guevara non era ancora un mito della sinistra tanto che il mio ‘incontro’ con il “Che” avvenne sulle pagine di Gente, il settimanale di Edilio Rusconi che di tutto poteva essere sospettato tranne che di pruriti rivoluzionari. Si trattava di un servizio fotografico. Mi ricordo in particolare un’immagine di Guevara a torso nudo sdraiato mollemente su un fianco sopra un lettino da campo. La mia fantasia di adolescente fu colpita dalla straordinaria bellezza dell’uomo. Nelle didascalie si rifaceva la storia di questo rivoluzionario che combatteva per l’ideale marxista dell’internazionalismo proletario. Il settimanale di Rusconi gli dimostrava simpatia. Lo interpretava infatti come un eroe romantico, un “cavaliere dell’ideale” in fondo innocuo. In quegli anni il mondo non era ancora completamente integrato, ‘globale’, come oggi. E quello che avveniva nella lontana Cuba poteva essere considerato con un certo distacco dai conservatori di casa nostra. Inoltre la contestazione giovanile era di là da venire.

Il ’68 cambiò completamente la prospettiva. Guevara, che nel frattempo era andato a morire in Bolivia, divenne il simbolo stesso della rivoluzione. Più di Lenin, più di Mao, più di Stalin, Ernesto Guevara, diventato definitivamente il “Che”, fu il mito del Sessantotto, almeno nella sua componente libertaria. Guevara invece piaceva molto meno ai comunisti ortodossi di casa nostra. I comunisti rimproveravano a Guevara una certa vaghezza ideologica (mi ricordo in proposito degli sprezzanti giudizi di Giorgio Amendola) e, soprattutto, il fatto che avesse abbandonato un potere che aveva appena conquistato. Al positivismo marxista la romantica rinuncia di Guevara pareva inconcepibile, blasfema, un segno di debolezza di carattere. Senza contare poi che Guevara, con il suo passare da una rivoluzione all’altra (ne aveva tentata una anche in Guatemala) sembrava incarnare troppo da vicino quella “rivoluzione permanente” teorizzata da Trotzky. E Trotzky allora era tabù per i comunisti che, nonostante il rapporto Cruscev del ’56, rimanevano profondamente, intimamente stalinisti.

Nel tempo il mito di Guevara si è andato perdendo a sinistra. I comunisti hanno continuato a guardarlo, e non a torto dal loro punto di vista, con diffidenza. I contestatori invecchiati, inseritisi nel frattempo nel sistema e diventati manager, imprenditori, direttori di giornali, radical chic, lo hanno relegato fra le loro debolezze giovanili.

Nel ventennale della sua morte Guevara fu oggetto di un inaspettato revival da parte della destra o, per meglio dire, della ‘nuova destra’. Inaspettato, ma non ingiustificato. Solo in superficie infatti Guevara è un uomo di sinistra. In realtà, col suo ardore per l’azione, è un dannunziano, un bayroniano, un esteta, un Oscar Wilde delle armi, un dandy della rivoluzione. E’ stato l’ultima incarnazione del mito dell’eroe romantico.

Oggi Guevara, a parte le sciocchezze dei gadget, è un uomo quasi dimenticato, tanto che proprio in questi giorni di celebrazioni o demonizzazioni di Castro e della Revoluciòn è stato ricordato solo di sfuggita. Ma per noi, che fummo anarchici e libertari nella nostra adolescenza, e lo rimaniamo, il “Che” è un mito che non rinneghiamo. Perché fosse di sinistra o di destra, o tutte e due le cose, o nessuna, il “Che” rimane un esempio, pressoché unico nel mondo moderno, dominato dal cinismo, dal realismo, dalla forza del denaro, di un uomo che non solo ha combattuto il potere ma lo ha disprezzato al punto tale da abbandonarlo per inseguire, pagando con la vita, nient’altro che un sogno.

Per questo in questi giorni preferiamo ricordare la rivoluzione cubana non nel nome di Castro ma nel nome del “Che”. “Hasta la vista, hasta siempre, comandante Che Guevara”.

Massimo Fini su il Fatto Quotidiano, 30 novembre 2016

 

 

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Reductio a Hitlerum

Titolo originale > Dove andremo a finire, signora mia

Mauro Poggi

Sempre a proposito di com’è strana la gente, vale la pena ascoltare lo sfogo dell’inviata RAI Giovanna Botteri, a proposito delle elezioni che hanno visto, ahilei, la sua adorata Hillary dolorosamente sconfitta.
In preda allo sconcerto più profondo, la Botteri non riesce a capacitarsi di come tanta gente abbia potuto scegliere Trump nonostante l’incondizionato schieramento della totalità dei media a favore della candidata democratica. Le sue considerazioni, che l’amarezza ha evidentemente liberato dai freni inibitori, rivelano senza pudore la vera funzione del mestiere svolto dai giornalisti omologati al potere: che non è quella di produrre informazioni, ma di veicolare il consenso.

Ecco le illuminanti enunciazioni botteriane:

Io mi chiedevo, anche con gli altri colleghi che sono qui, che cosa succederà dopo queste elezioni. Non solo cosa succederà alla Casa Bianca con Trump, ma cosa succederà alla società civile americana. Per esempio [un esempio a caso…] che cosa succederà…

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