Perché voglio dispiacere

Su l’Internazionale di questa settimana nell’oroscopo di Rob Brezsny leggo: “Ci sono individui che hanno il potere di curare i problemi fisici e le distorsioni mentali di una persona e in questo momento, vergine, il tuo potere curativo è massimo. Ti prego di invocarlo in tutta la sua intensità e di usarlo con chiunque se ne possa giovare”. Ma una cura, qualsiasi cura, comporta qualche dose di dispiacere. Da vergine quale sono, preferisco applicare questo potere curativo ai giovani, assai più bisognosi di cure dei giovani & vecchi babbioni & cadaveri eccellenti che ammorbano la vita di questo bel paesino. Immersi nell’insopportabile narcisismo diffuso che affligge persino coloro che, per la visibilità di cui godono – artisti, giornalisti, politici, scrittori che non avrebbero bisogno di piacere sempre di più – ho deciso di titolare questo blog voglio dis/piacere. Convinto che dispiacerò ai molti per poter piacere ai meno. Come? Cercando di dire la verità anche se per dirla è necessario essere disposti a tutto, anche ad andare contro se stessi. Guy Debord, “maestro” de La Società dello Spettacolo, alla fine della sua vita dichiarò d’esser riuscito a dispiacere universalmente, io mi accontento di dis/piacere local/mente.

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chi non ride non è persona seria

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l’imbecille politically correct

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“Lo jus sòli, jus culturae o come lo si voglia chiamare è certamente una misura di civiltà attesa in Italia da molto tempo. Tuttavia, grazie ai calendari parlamentari in ritardo di decenni, cade in un periodo particolare, dopo un lungo ciclo di feroci attentati terroristici compiuti da giovani islamici cresciuti in Europa, i quali, a differenza dei loro padri, sono, proprio grazie allo jus sòli presente in Francia, Inghilterra e altri paesi, cittadini europei. La radicalizzazione islamista della seconda generazione di immigrati musulmani non è un fenomeno trascurabile o passeggero. Come più volte sottolineato è la prova del fallimento di un modello di integrazione, per il quale culture religiose e abitudini di vita anche tra loro molto contraddittorie dovrebbero convivere in una sorta di “buon vicinato” fondato sul reciproco rispetto. Visione ingenua che si basa su un relativismo valoriale assoluto, per cui la società multiculturale sarebbe non la sintesi nuova e ricca, ma la semplice sommatoria delle differenze, ciascuna inattaccabile nella sua specificità. È una sedicente “integrazione” che non integra, anzi dis/integra, lasciando fanatismi e costumi arroccati nei loro recinti. Il limite di questo modello è divenuto evidente negli ultimi anni, perché l’integralismo islamico wahabita, che non è l’invenzione di qualche assassino fuori controllo, ma l’adesione letterale ai precetti del Corano praticata da comunità numericamente sempre più rilevanti, è in conflitto strutturale non solo con i valori civili delle società occidentali, figlie della rivoluzione francese, ma con tutte le altre fedi. Non a caso gli integralisti, pur dicendosi a volte, per puro tatticismo politico, rispettosi della legge, sono assolutamente contrari ad ogni reale integrazione, che essi considerano un cedimento agli infedeli e una bestemmia contro l’integrità islamica. Tornando allo jus sòli è chiaro che – nella situazione attuale – divenire cittadini italiani ed europei non dovrebbe essere semplicemente la conseguenza burocratica della nascita, della residenza e di un formale ciclo scolastico, ma il frutto maturo dell’accettazione del principio di convivenza pacifica tra le culture che caratterizza i nostri paesi. Il problema non è allora il diritto considerato astrattamente, ma la sua applicazione concreta a chi professa l’adesione all’Islam, che è per sua natura una religione intollerante e bellicosa. Bisognerebbe porsi delle domande. Che valori trasmette la scuola pubblica ai figli di famiglie islamiche? Come farli uscire dal recinto dei divieti e delle superstizioni coraniche ed educarli ad essere liberi cittadini? Come rompere il muro ideologico di ostilità che li separa dal resto della società? L’approvazione dello jus sòli dovrebbe essere insomma l’occasione per una sfida aperta del pensiero laico e democratico all’oscurantismo religioso, ma purtroppo non sembra ci sia all’orizzonte nulla di simile. Alle campagne di paura di una destra interessata solo a prendere voti, fa da specchio l’imbecille “politically correct” di una sinistra che spesso non riesce neppure a unire l’aggettivo “islamico” al sostantivo “terrorismo” e nasconde la sua passività dietro la bandiera di diritti astratti e distratti.”  –  Vincenzo Sparagna, Integrazione e integralismo
, Frigidaire 17/06/2017

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l’Unico

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I compagni di merende

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L’editoriale di Marco Travaglio sul Fatto di oggi in edicola
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“L’altro ieri, mentre i carabinieri arrestavano Alfredo Romeo a Napoli e perquisivano Carlo Russo a Scandicci, si spegneva a 86 anni, in un ospizio vicino a Firenze, Fernando Pucci, l’ultimo dei “compagni di merende” balzati agli onori delle cronache giudiziarie negli infiniti processi per i delitti del mostro di Firenze. Per anni il suo nome fu associato a quelli degli altri compari: Pietro Pacciani, Mario Vanni e Giancarlo Lotti. Nessuna parentela con lo scandalo Consip, per carità: sia perché in quei processi si parlava di omicidi, in questa inchiesta invece al massimo di corruzioni, traffici di influenze, soffiate e favoreggiamenti; sia perché allora il Pucci e il Lotti erano testimoni d’accusa che collaboravano con la giustizia, mentre ora il Renzi e il Lotti (il ministro Luca, solo omonimo) sono indagati e negano pure l’evidenza. Ma la suggestione dei compagni di merende, cioè di quel mondo di furbi provincialotti di paese che si vedono al bar tabacchi e custodiscono segreti inconfessabili, viene naturale alla lettura delle carte dell’inchiesta Consip. Torna alla mente quel che disse della sua Firenze un cittadino doc come Dante Alighieri a Jacopo Rusticucci nel girone dei sodomiti, al canto XVI dell’Inferno: “La gente nova e i sùbiti guadagni/ orgoglio e dismisura han generata,/ Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni”. È più o meno quel che accadde quattro anni fa, quando dal contado toscano marciò e poi marcì su Roma quello che la stampa del servo encomio nobilitò come Giglio Magico e che oggi la stessa stampa convertita al codardo oltraggio sbeffeggia come Giglio Tragico o Giglio Marcio.

Stiamo parlando del Renzi da Rignano e poi da Pontassieve, del Lotti da Empoli, della Boschi da Laterina (Arezzo), del Bonifazi della Gavinana e di tutta l’allegra brigata, ben presto seguita alla luce del sole dal Verdini da Fivizzano (Lunigiana) e nell’ombra da babbo Renzi (sempre da Rignano), da babbo Boschi (sempre da Laterina), da Carlo Russo da Scandicci e da tutto il cucuzzaro. Un mondo chiuso, a parte, di gente nova irresistibilmente attratta da sùbiti guadagni. O, per dirla con Rino Formica, impareggiabile coniatore di definizioni immortali (“la politica è sangue e merda”, “intorno a Craxi vedo solo nani e ballerine”): “Renzi non ha cultura politica. È il provinciale che va in città, quello che entra nel negozio di lusso e tocca la merce, l’annusa”. Chissà se il babbo trafficava per sé o per altri (“il sangue – spiega Formica a Repubblica – oggi è sofferenza altrui, mentre la merda, il lavoro sporco, lo devono fare gli altri”).

E chissà se il figlio era come i cornuti, l’ultimo a sapere ciò che parenti e amici sapevano benissimo. In attesa di scoprirlo, non c’è miglior definizione di quella di Formica per una combriccola di parvenu troppo rapidamente assurti a statisti, riformatori, financo padri costituenti. Tutti accomunati da un’attrazione fatale per i furbastri, gli spregiudicati, talvolta anche i pregiudicati. Come dimenticare la prima comparsata del giovin Matteo a Canale5, alla Ruota della Fortuna? E poi la visita clandestina alla villa di Arcore da sindaco di Firenze, subito svelata dal padrone di casa per far capire chi dei due era quello furbo? E la missione romana di babbo Boschi che, volendo salvare Banca Etruria, si affida al re dei faccendieri d’antan Flavio Carboni, condannato definitivamente per bancarotta fraudolenta?

Uno legge le carte dell’inchiesta Consip, tra presunti pranzi “in bettola”, presuntissime tangenti cash col “metodo della mattonella” (come Totò e Peppino alle prese con la malafemmina), probabili “bistecchine” mangiate chissà dove con Romeo, i pizzini di quest’ultimo stracciati e ricomposti in discarica, le incursioni nel bosco di Rignano per confidarsi con gli amici del bar che ormai aveva troppi orecchi, le Srl di mamma Lalla, e tutto torna. Non sul piano giudiziario, per cui occorrerà attendere i classici 10-15 anni di processi. Né su quello della responsabilità etico-politica, concetto ormai caduto in desuetudine almeno quanto il conflitto d’interessi (infatti si continua a ripetere che le colpe dei padri non ricadono sui figli, come se fosse normale che il padre del capo del governo faccia affari con imprenditori che fanno affari con il governo). Ma sul piano antropologico ed estetico, che spiega la politica degli ultimi anni meglio di qualunque saggio o editoriale.

Per chi voleva vedere e capire, non c’era mica bisogno dell’ultima indagine. Di avvisaglie erano piene le cronache, soprattutto del Fatto, e qualche libro (chi ha letto i due dedicati al clan Renzi dal nostro Davide Vecchi lo sa bene) degli ultimi tre anni, anche se le meglio penne del bigoncio giravano alla larga, almeno finché il referendum del 4 dicembre non consegnò al Paese il certificato di morte almeno provvisoria del padrone pro tempore dItalia. Bastava unire i puntini, e già il disegno veniva fuori chiaro e lampante. Ricordate le decine di Rolex anche d’oro massiccio donati da sovrano dell’Arabia Saudita al premier Matteo e alla sua corte venuta a Riyadh a omaggiarlo? La legge, trattandosi di regali superiori ai 300 euro, imponeva di depositarli in un magazzino di Palazzo Chigi a disposizione dello Stato, invece sono spariti tutti, tranne uno: quello dell’irreprensibile interprete arabo. Chissà mai chi se li è fregati.

Ricordate gli scontrini nascosti dall’ex sindaco di Firenze passato nel frattempo a miglior carriera e dal suo successore, il sindaco al Plasmon Dario Nardella, sulle sue spese non proprio tutte “istituzionali” rimborsate dal Comune ai tempi di Palazzo Vecchio, proprio mentre il suo partito scacciava per molto meno il sindaco di Roma Ignazio Marino davanti a un notaio? Tra le poche ricevute emerse dalle indagini della Corte dei conti, il Fatto scoprì quelle di un viaggio Firenze-Roma del Renzi e del Lotti di nove anni fa: i due figli papà democristiani, l’uno sindaco di Firenze l’altro capo di gabinetto, ogni volta che erano chiamati nella Capitale da imprescindibili impegni politici nazionali, sceglievano di soggiornare all’Hotel Raphael di largo Febo, che Craxi aveva eletto a sua residenza capitolina, che ospitava i vertici con politici, faccendieri e portamazzette, che nel ’93 fece da sfondo al celebre lancio di sputi e monetine, e da cui un anno dopo – perduta l’immunità parlamentare – Bettino partì per l’ultimo viaggio dall’Italia ad Hammamet.

Una scelta curiosa, per una giovane marmotta democristiana che si era laureata in Legge con tesi su Giorgio La Pira e, divenuta sindaco, aveva respinto come “diseducativa” la proposta dei nostalgici del craxismo di dedicare una piazza di Firenze all’”esule” Bettino e infine da premier aveva rivendicato l’eredità di Berlinguer dall’appropriazione di Casaleggio. Ma forse il Raphael era semplicemente una scelta simbolica dello spirito-guida che segretamente si era scelto come modello politico. Tant’è che quasi tutti i reduci del craxismo arrembante, da Ferrara a Minoli, da Sacconi a La Ganga, senza dimenticare le truppe di complemento come Napolitano e Amato, avevano eletto “Renxi” a loro nuovo beniamino. E lui era ripartito proprio da Craxi, senza peraltro averne la stoffa: la “grande riforma” della Costituzione con Verdini, il decisionismo, il rampantismo, l’antiparlamentarismo, l’harem di imprenditori-prenditori e manager-magnager di fiducia, lo stuolo di leccapiedi, il culto della personalità, la Leopolda al posto della piramide di Panseca, le leggi pro-Mediaset e anti-giudici, il garantismo peloso (ma solo per gli amici) e la scomunica a Mani Pulite “barbarie giustizialista”.
E ora, inevitabile nemesi storica, a dannarlo arriva il Fattore S, come soldi. O A, come affari, sia pure non per linea diretta, ma ereditaria. Qualche webete già profetizza un imminente trasloco nella villa di Hammamet o nell’ospizio di Cesano Boscone, ma sarebbe troppo. Siccome, diceva Marx, le tragedie della storia tendono a ripetersi in forma di farsa, per questi compagni di merende pare eccessivo anche il bar sport di Rignano” – Marco Travaglio

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l’uovo di Colombo

Mauro Poggi

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È noto che l’idea di Colombo di raggiungere il Cipango navigando verso occidente fu accolta con molto scetticismo.

C’è un aneddoto famoso, variamente declinato, che racconta di queste difficoltà. Una delle versioni narra che Colombo, durante l’ennesima udienza alla corte di Isabella, si sentì obiettare da un cortigiano che l’idea non poteva essere giusta, perché se lo fosse stata davvero allora qualcuno l’avrebbe pensata prima.
Si sa come andò: Colombo chiese che gli venisse portato un uovo e sfidò i presenti a farlo stare dritto in equilibrio. Quando tutti si arresero, con un leggero colpetto sul tavolo egli ne incrinò la base, appiattendola quanto basta perché l’uovo restasse in piedi, e alle proteste stizzite dei presenti che in quel modo erano capaci tutti, lui replicò: “Sì, ma il solo ad averci pensato sono io”.

Si noti che secondo la periodizzazione storica in quel momento il mondo occidentale convenzionalmente non era…

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intelligence usa & media europei

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Udo Ulfkotte, giornalista tedesco ed ex editore del quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung, racconta come la CIA corrompe e sottomette i media Europei per fargli fare propaganda favorevole agli Stati Uniti e anti Russa. I non allineati perdono il posto di lavoro. Ulfkotte ha rilasciato questa intervista ad RT e Russia Insider

https://youtu.be/Fm0HX1sDqY0

 

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fenomenale Trump

Donald Trump

from Il Corriere del Ticino Trump senza freni rompe ogni tabù / I retroscena dello scontro durissimo con Obama di Marcello Foa

È sempre più interessante questo momento politico negli Usa. Non solo per le polemiche politiche quanto, soprattutto, per la capacità di Trump di spiazzare l’establishment, di rompere le regole non scritte che hanno accomunato dagli anni Ottanta a oggi il partito democratico e quello repubblicano.

Ho già spiegato in altre occasioni come funziona la democrazia americana: la rivalità tra i due partiti sui temi che contano – difesa, politica estera, finanza, globalizzazione – è più apparente che reale. Il sistema presidenziale ha funzionato in modo tale da garantire che alla fine si affrontassero due candidati – uno di destra e uno di sinistra – che, a dispetto dell’apparente fortissima rivalità, in realtà condividevano le scelte di fondo e l’appartenenza al ristretto establishment che governa davvero l’America e che funziona come una sorta di “Rotary”: che vincesse il candidato progressista o quello conservatore poco importava, entrambi erano membri dello stesso club.

Le elezioni del 2016, invece, hanno segnato una rottura con questo schema perché alle primarie sono emersi ben due candidati in grado di strappare la nomination: Sanders tra i democratici e Trump tra i repubblicani. Sanders sono riusciti a fermarlo con i brogli nel partito democratico, che hanno costretto alle dimissioni il presidente del Partito Debbie Wasserman Schultz; con Trump hanno fallito, sebbene abbiano tentato in ogni modo di fermarlo. Ed è significativo che molti leader repubblicani si fossero schierati con Hillary Clinton durante l’ultima fase della campagna, a cominciare dalla famiglia Bush. Di fronte al rischio di perdere la Casa Bianca, l’establishment ha fatto saltare le apparenze: anche i repubblicani “mainstream” erano per Hillary. Come tutte le celebrities di Hollywood. Come tutta la stampa.

Demonizzare Trump, distruggere la sua immagine, attaccare la persona prima ancora delle idee, screditarlo in ogni modo. Questo era lo schema, peraltro già usato in passato e non solo negli Stati Uniti. Ma non è bastato.

Trump ha vinto. E non sembra intenzionato a recedere dai propri propositi. E’ un uomo che spiazza sempre. Lo ha fatto esternando la sua ammirazione per Putin per non aver risposto all’espulsione dei 35 diplomatici; ha continuato a ritenere non credibili le accuse di ingerenza russe nella campagna elettorale, smontando le accuse provenienti dall’Amministrazione Obama e dalla Cia.

Nell’ambito di questa polemica ha dimostrato un’ottima conoscenza delle tecniche di spin dentro le istituzioni, che è la forma più insidiosa di manipolazione delle notizie; perché viola un concetto fondamentale in democrazia: quello dell’autorevolezza e dell’attendibilità delle fonti che provengono dall’istituzione stessa. O meglio: abusa di questa autorevolezza per diffondere notizie che hanno l’aura della veridicità, che appaiono comprovate, e che invece sono strumentali, parziali e talvolta totalmente inventate.

Quando scrive in un tweet: “Chiederò ai capi delle commissioni di Camera e Senato di indagare sulle informazioni top secret condivise con l’Nbc”, facendo riferimento al rapporto d’intelligence per il presidente Barack Obama sugli attacchi hacker russi, a cui Nbc News ha avuto accesso in anticipo, in plateale violazione del segreto di Stato; accende un faro su una tecnica di spin doctoring diffusa e molto insidiosa. Chi conosce come viene gestita la comunicazione alla Casa Bianca, sa che questi non sono scoop giornalistici ma fughe pilotate e concordate al massimo livello. A cui Trump dice basta, rompendo ancora una volta la tacita consuetudine bipartisan, che induceva i due partiti a non indagare mai su quelle che talvolta erano vere e proprie frodi, come le motivazioni della guerra in Iraq.

Rapporto d’intelligence che, peraltro, ha rinnegato pubblicamente, parlando di “caccia alle streghe” e rompendo un altro tabù: mai nella storia recente americana un presidente si era permesso di mettere in dubbio il lavoro dei vertici dei servizi segreti, di cui non si fida e che intende ridimensionare nei primissimi mesi della propria presidenza. Salteranno tante teste e la struttura dell’intelligence verrà completamente rivista.

Un’operazione di un’audacia senza precedenti. E che spiega il grande nervosismo di Obama e della ristretta élite che ha governato fino ad oggi l’America e il mondo. Non è un caso che proprio quell’establishment abbia tentato nelle ultime settimane di imporre la censura sul web, lanciando una campagna coordinata in più Stati, inclusa l’Unione europea e Italia, sempre prontissime nel recepire i desiderata di Washington o meglio della Washington che sta uscendo di scena.

Il web ha permesso a Trump (e prima di lui al britannico Farage) di scardinare un sistema che sembrava perfetto e intramontabile. Per questo l’establishment globalista tenta, con un colpo di coda, di silenziare il web, usando qualunque pretesto: gli hacker russi, l’Isis, le fake news.
Non può riuscirci, non deve riuscirci.

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