the show must go on /4

by Franco Angius from CBM

by Franco Angius from CBM

da Sergio Di Cori Modigliani | Giu 6, 2016

Vince la Raggi ma Grillo perde dovunque. Vince Fassino ma Renzi perde dovunque. Una riflessione sugli apparenti paradossi dell’esito elettorale

Condividere una propria riflessione sulle elezioni comunali in Italia, non è impresa facile. Basta farsi un giro in rete e su facebook per accorgersi che, imperterrita, si afferma comunque (e dovunque) quella che il professor Andreoli, noto psichiatra italiano, ha definito qualche giorno fa ‘un’autentica patologia collettiva’; alla richiesta di chiarimenti, ha aggiunto “se dovessi definire la mia nazione in base a una diagnosi non avrei alcun dubbio nel sostenere che l’Italia è diventata una grave malata mentale’. L’idea marketing della politica seguita a essere vincente e dominante: si afferma e si conferma il tifo di appartenenza, dato che perfino una elezione locale – che dovrebbe promuovere dei bravi, onesti e competenti amministratori della cosa pubblica e quindi discutere sui programmi e sulle biografie dei candidati – finisce per essere vissuta, come esperienza, alla stregua di una partita di calcio.

Gli italiani nati dopo il 1980 ignorano che esisteva un tempo in cui, in Italia, l’attività di esercizio amministrativo del potere esecutivo era affidato alla passione civile laica e non al tifo calcistico. Dal 1993, quando i consulenti della comunicazione di Berlusconi ebbero l’idea (tragicamente geniale) di lanciare il logo Forza Italia con plauso generale, affidando l’immaginario collettivo all’identificazione con un poppante che balbettava Forza Italia, la politica è stata trasformata in religione, autentica fede comunitaria che identifica coloro che non sono i propri accoliti come infedeli, profani, rei e, di conseguenza, mascalzoni venduti (quando va bene). Avendo trasformato la politica in religione si è andata costruendo una nuova forma di esistenzialità che trasforma in realtà il grande sogno dei liberisti: una cittadinanza che non bada più alla sostanza ma si riduce al rango di piatto consumatore passivo, grazie anche al continuo imbonimento di una stampa compiacente e complice. La politica del mercato che, dal 1990, dopo il crollo ufficiale del comunismo, avrebbe dovuto essere al centro dell’attenzione, dell’elaborazione, della discussione, per trovare la strategia vincente in termini economico-sociali (la fantomatica terza via) in un mondo diverso, originale, post-moderno, nonchè ormai privo di ideologie, è stata sostituita dal suo opposto: il mercato della politica, La progettualità ha abbandonato i parametri razionali, utilitaristici e pragmatici, per aderire invece alla pedissequa applicazione dei principii base imposti dalle agenzie di pubblicità: il candidato elettorale è diventato un prodotto mediatico da vendere. L’elettore, quindi, senza esserne consapevole, si è trasformato, da attivo esercente di una propria libertà civica – magari anche ardente – in un acquirente che sente lo stesso brivido che prova quando acquista la saponetta profumata ai frutti esotici. Questa idea di mondo, è cosa ovvia, ha spinto sempre di più una vasta massa di cittadini a distanziarsi dalla politica attiva e partecipata, aumentando in progressione geometrica il campo dell’astensione. Gli eletti (qualunque sia la loro aderenza) rappresentano sempre di meno istanze collettive perché é sempre più alto il numero di coloro che non vanno a votare. Il solido logos di chi intendeva essere attivo politicamente è scomparso, si è sciolto all’interno di quella che Ziegmunt Bauman ha sintetizzato con la fortunata espressione ‘società liquida’. Questa nuova forma di società ha promosso in prima fila il paradosso, essenziale lente di ingrandimento per leggere e comprendere il reale.

Si presentano sulla scena politica miliardari che sostengono di rappresentare gli interessi di chi non ha nulla; autentici noti criminali diventano paladini della giustizia sociale, ai guerrafondai di professione viene affidata la gestione delle mansioni pacifiste e cinici mestatori vengono presentati come autentici benefattori. Ciò che conta, infatti, è vincere e vendere. Si vince soltanto se si vende e si può vendere soltanto se si vince: la quintessenza del marketing globale.

Diventa quindi davvero arduo commentare l’esito elettorale di ieri, a meno che non si abbia il coraggio e la libertà intellettuale di affidarsi ai paradossi. I risultati di ieri, infatti, sono paradossali. Basti pensare che il più progressista tra tutti i candidati importanti – Stefano Parisi a Milano – compare come paladino della destra liberista e conservatrice, mentre il più longevo conservatore e sostenitore pragmatico della vecchia oligarchia dominante ammuffita – Piero Fassino a Torino – viene presentato come il paladino della sinistra riformatrice e di cambiamento per il progresso.

L’uso del paradosso come strumento critico consente di comprendere ciò che i risultati ci stanno dicendo: stravince a Roma la candidata Raggi del M5s e a Torino la Appendino si conferma come l’unica vera antagonista dei poteri locali consolidati. Lo fanno nel nome di Grillo, ma vincono forse anche grazie al fatto che Grillo non si è fatto vedere. Questo dato potrebbe consentire di poter sostenere che il M5s comincia ad essere considerato come nuova forma sociale di potenziali amministratori, però i dati complessivi dimostrano che il M5s, in verità, ha perso le elezioni, e gran parte del suo elettorato, deluso. Con le due uniche eccezioni, Roma e Torino, il M5s non entra al ballottaggio nelle grandi città, travolto da beghe interiori, nell’indifferenza generale.

In compenso, l’Unità, organo di partito del caro leader, annuncia “siamo in ballo” perché in tutti i grandi centri il Pd va al ballottaggio. Invece il risultato elettorale “reale” ci consegna un altro paradosso: nel momento del massimo controllo istituzionale da parte del caro leader, il PD perde dovunque, con due uniche modeste eccezioni: Rimini e Caserta. Ecco qui di seguito la tabella con i dati reali:
elezioni-3

Nella città di Pordenone, dove poche ore fa la presidente della Regione Friuli, Deborah Serracchiani ha dichiarato “la bella ennesima affermazione del PD che conferma il proprio trend vincente” il PD ha perso l’82% del proprio elettorato.
Perdono anche tutti i complottisti che fino a ieri spiegavano di non fidarsi dei sondaggi: rispettati dovunque, nel 92% dei casi. Non c’è stata, dunque, alcuna sorpresa. Nessuna novità. Niente di rilevante.
O meglio, una novità c’è stata ma non la si può dibattere, perché va a toccare le tifoserie organizzate e non esistono piattaforme mediatiche in grado di poter ravvivare un succoso dibattito sul nuovo e unico trend emerso dai risultati. Nel mio immaginario quotidiano surreale, avrei oggi titolato: Perdono le elezioni Beppe Grillo, Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Con l’aggiunta di un sottotitolo esplicativo: “le loro liste vincono perchè loro non compaiono“. Lo sanno molto bene il Parisi a Milano, la Raggi a Roma, e il Merola a Bologna. Se i tre leader avessero gestito di persona le campagne elettorali dei candidati che si sono presentati a loro nome, come si dice oggi “mettendoci la faccia”, avrebbero fatto perdere tutti i loro candidati. I quali, però, sublime paradosso, hanno vinto grazie a loro, a nome loro, e per loro. Siamo quindi in balia dei fantasmi e a loro ci si affida.Tutti e tre questi leader provengono dalla stessa matrice, non a caso: lo spettacolo. Applicano, seguono e perseguono la stessa tecnica comunicativa basata su annunci a raffica, applicando le tecniche marketing della pubblicità delle saponette.

La bella notizia risultante da queste elezioni – e lo è per davvero – consiste nella forte voce unica che si sente strillare il proprio disagio, sia dentro al popolo della destra che dentro al popolo della sinistra, sia dentro al popolo pentastellato che a quello movimentista civico. Ed è una voce collettiva che segna e segnala il disagio collettivo; esso sta formando una nuova coscienza e consapevolezza nazionale ritrovata: sono tutti stanchi dei leader padroni. Che a dare ordini sia quel simpaticone di Beppe Grillo, quel marpione di Slvio Berlusconi o il carismatico caro leader, è uguale. In questo senso, il popolo italiano sta ritrovando una propria identità comunitaria. Proprio come ai tempi della Resistenza.

Perché di questo, anche, si tratta: di resistere dinanzi alla miseria, dinanzi ai burocrati di Bruxelles, dinanzi all’emigrazione planetaria, alla perdita di lavoro, allo strapotere della finanza e delle multinazionali, alla bulimia immonda delle multinazionali globali della finanza e dell’alimentazione e dell’energia. Dagli analfabeti agli intellettuali pensanti, dagli accademici colti agli improvvisatori presappochisti, dai post-fascisti ai post-comunisti, dai meridionali ai settentrionali, dai sovranisti agli europeisti, dai giovanissimi ai vecchi decrepiti, la voce è solida e salda: ‘non vogliamo più seguire nè eseguire ordini’. Che vengano dall’ufficio della Casaleggio & Associati, dagli uffici del Nazareno o dalla villa di Arcore è irrilevante. I voti parlano chiaro.
E si tratta di un autentico risveglio.
Perché è collettivo, ed è autentico. Ma soprattutto è reale.

L’indicazione, a mio avviso, che ne viene fuori, e che i paradossi attuali ci segnalano, consiste nell’esistenza di un gigantesco vuoto nel quale siamo tutti precipitati. E’ un po’ come nella geniale piece teatrale di Pirandello “Sei personaggi in cerca di autore”. E’ ciò che davvero ancora oggi ci manca, ed è l’assenza che è la cifra del nostro degrado collettivo: autori in grado di scrivere la sceneggiatura politica del nostro film nazionale, in cui Sostanza, Progettualità e Senso facciano da cardine, al posto della mera protesta o dei consueti interessi della bottega clientelare.

Ma come dicono a Broadway: the show must go on. E questo conta.
Avanti tutta, quindi, verso il secondo tempo del ballottaggio dall’esito annunciato.
Ma gli italiani si stanno svegliando. Questo è poco ma sicuro.
E sarà davvero un bel vedere. Anzi, un belvedere.” – Sergio di Cori Modigliani

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Una risposta a the show must go on /4

  1. Walter ha detto:

    Video banale e scontato, ma attuale. Sempre.

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