art system /7

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Il sistema dell’arte, per come è venuto configurandosi negli ultimi decenni, somiglia a una slotmachine. Cioè a una macchina per fare soldi imbrogliando la gente e premiando ogni tanto qualcuno, allo scopo di mantenere in vita l’illusione di facili guadagni. Nel caso del sistema dell’ arte, la macchina è truccata due volte, la prima come tutte le slotmachine, la seconda perché i soldi non vengono distribuiti a caso ma solo ad alcuni giocatori, gli stessi che l’hanno costruita: mercanti, case d’asta internazionali, musei, collezionisti professionali, banche, cordate di affaristi, curatori e artisti manager.
Questo libro smonta e ricostruisce questo complicato dispositivo, dimostrando la vera natura e l’influenza perversa che essa esercita su uno dei settori più significativi della creatività umana. L’arte, invece di essere l’espressione libera di una libera ricerca, diventa una merce dalla quale il sistema cerca di spremere il massimo profitto. Una forma particolare di merce che possiede un unico valore, quello di scambio. E così l’acquisizione di un’opera di un autore affermato diventa un’operazione simile a un investimento in borsa. I collezionisti diventano speculatori e il pubblico è sottoposto a un sistematico lavaggio del cervello che tende ad accreditare quello che resta di un’arte divenuta fredda, cinica, ripetitiva e autoreferenziale.

Business, tecnica, comunicazione, marketing sono i nuovi protagonisti dell’arte del XXI secolo e la sottocultura che li tiene uniti è quella del pensiero unico neoliberista. Ma c’è ancora chi pensa che l’arte sia un bene comune l’autore del libroSlot Art Machine: il grande business dell’arte contemporanea, Derive & Approdi 2012  – è uno di loro e si chiama Roberto Gramiccia. Il quale, a proposito di una mostra al “vecchio” Centro Pecci per l’arte con/temporanea di Prato, ha scritto:

Cloaca-art Cloaca turbo è il titolo dell’opera centrale dell’antologica del belga Wim Delvoye, l’evento principale con cui riapre il ristrutturato ed ampliato museo Pecci di Prato per salutare la nuova «era» di Daniel Soutif. Quest’ultimo, insieme a Stefano Pezzato, è anche il curatore dell’antologica di Delvoye, il quale in questa circostanza si è cimentato in un’impresa niente male. La sua Cloaca turbo, infatti – che troneggia al Pecci non da sola ma accanto ad altre diciamo così «creazioni » come, tanto per fare un esempio, una serie di radiografie di suini copulanti e iniettati di bario dall’esofago al retto – è, nel suo genere, una installazione veramente sensazionale. La costosa macchina, realizzata da una fabbrica superspecializzata (non si sa bene in che?), è in grado di produrre per intero e in vitro un ciclo digestivo completo che va dall’introduzione di cibo, alla digestione, all’inevitabile produzione di cacca infiltrata da milioni di colibacilli veri e proliferanti alla temperatura dei 37 gradi regolamentari. La macchina produci-merda è solo una tappa creativa dell’ineffabile artista che ha al suo attivo numerose perle più o meno analoghe. Naturalmente non mancherà chi si dilungherà sulla destrutturante ironia dell’autore e sul valore metaforico dell’operazione. Chi scomoderà a vanvera la » merda d’ artista» di Piero Manzoni. Chi farà girare nella tomba Marcel Duchamp persino. Io penso, mettendo da parte il raccapriccio e la coprofobia che mi affligge, che questa mostra sia a suo modo istruttiva perché dimostra i possibili «approdi» di certe nuove e radicali ricerche del Contemporaneo, costrette a ricorrere al sensazionalismo più emetico e ributtante pur di sfondare le barriere del circuito dei media e accedere al mercato. Wim Delvoye, più che un artista di cattivo gusto, è un funzionario del sistema dell’arte che ha chiara un’idea: usando gli strumenti della tecnologia per competere con la televisione, con la pubblicità, con il sovrappiù della comunicazione c’è bisogno di esagerare almeno fino al punto di suscitare la nausea“!

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Una risposta a art system /7

  1. alicetraforti ha detto:

    Articolo molto interessante Aldo, grazie. Da qualche tempo rifletto appunto sul “sensazionalismo” contemporaneo e sul sistema arte-mercato-media. Io vedo una via d’uscita, quella appunto di uscire dai numeri “sensazionali” e continuare a fare bene e duramente il proprio lavoro, sia esso quello d’artista, gallerista, collezionista o, nel mio caso, di operatore culturale. Io ci credo.
    Approfondirò appena possibile questa lettura.

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