coerenza

Matteo Orfini Commissario PD Roma per Mafia Capitale

Matteo Orfini Commissario PD Roma per Mafia Capitale

6 novembre 2010

Perchè non vado a Firenze
Su l’Unità di oggi spiego perchè non vado a Firenze da Renzi.

“Caro Matteo, ho riflettuto a lungo e alla fine ho scelto di non venire a Firenze. Non perché siate “maleducati”: ho un’idea della politica che non considera mancanza di rispetto il dissenso e nemmeno il conflitto, anzi. Credo che stiamo finalmente uscendo da una concezione autoritaria del partito, che impone di non disturbare il leader, eletto plebiscitariamente e perciò infallibile e indiscutibile. Secondo questa concezione ogni forma di dissenso può essere solo tradimento, congiura e manovra di corrente. E’ una concezione che rifiuto, chiunque sia il segretario. Ben vengano dunque iniziative come la tua, che pongono a viso aperto questioni che una certa liturgia dell’unità, magari da celebrare in stucchevoli riunioni di caminetto, tende a nascondere sotto il tappeto.
Non credo sia del tutto giusta neanche la critica di chi dice che non avete idee. Certo, scovarle non è facile. E questo dipende solo dalla scelta di porre il tema della “rottamazione” come centrale. Però, a impegnarsi un po’, a cercare nelle dichiarazioni e sui blog, le idee si trovano. E sono proprio queste idee la ragione per cui non verrò a Firenze. Parafrasando una vecchissima battuta di un vecchissimo intellettuale che non scriveva in inglese e non aveva un blog, ma sapeva il fatto suo, direi che nelle vostre idee c’è del buono e del nuovo, ma quel che è buono non è nuovo e quel che è nuovo non è buono. Anzi, ci ho trovato persino una certa coazione a ripetere che, come diresti tu, fa sbadigliare.
Il punto di partenza, costruire la terza repubblica, lo condivido pienamente. Ma è difficile costruire il futuro usando tutti i vecchi mattoni, edificare la terza repubblica seguendo tutti gli schemi della seconda: il nuovo contro il vecchio, l’alleanza con gli elettori, tutti che parlano cinque minuti (ma quando ci prenderemo il lusso di restituire alla politica un po’ di profondità, lasciando i tempi della tv alle televendite?), la depoliticizzazione delle scelte (perché ricandidare parlamentari che hanno non due, tre o quattro, ma una sola legislatura, e la cui presenza in parlamento è però del tutto incomprensibile?), come se un grande problema del paese come la selezione del ceto politico fosse riducibile ai criteri del reclutamento del personale in azienda (giovane, onesto e volenteroso, buona conoscenza nuove tecnologie e lingue straniere, automunito e militesente).
Sinceramente, non credo di essere prevenuto. Ma se il meglio che la vostra innovazione riesce a produrre è la centralità degli investimenti nella banda larga, peraltro già centrali nelle proposte del Pd grazie all’ottimo lavoro di Paolo Gentiloni (immagino anche lui da rottamare), che dirvi? Se il vostro piano per la giustizia è dire che è uno scandalo che sia così lenta, come dicono tutti i programmi di tutti i partiti da almeno trent’anni, dov’è la novità? Se insomma volete sostituirvi al cuoco, ma intendete rifilare ai clienti la stessa sbobba di sempre, di che parliamo?
Capiamoci. Sono convinto che il rinnovamento della politica sia un tema centrale e che il Pd debba allontanare da sé la sensazione di lavorare per il terzo governo Prodi (senza Prodi), ovvero l’ennesima riedizione di un patto con l’establishment che è l’esatto opposto del cambiamento. Uno schema al quale ancora oggi sembriamo legati, nella timidezza con cui reagiamo alle volgari provocazioni di Marchionne (per non parlare di un certo “liberismo ferroviario” che abbiamo favorito noi per primi), e che ci impedisce di mettere le mani fino in fondo nelle enormi diseguaglianze che vent’anni di egemonia liberista hanno prodotto in Italia. Io penso che le “novità” degli anni 90, come lo slogan “meno ai padri, più ai figli” o “eguaglianza dei punti di partenza”, non siano solo figli di quella (vecchia) stagione, ma anche sbagliati. Mi sarebbe piaciuto capire la vostra posizione in merito. Sinceramente, però, non l’ho capita. E allora siamo sempre lì, e temo che la differenza di fondo, nel Pd, sia questa: tra chi, come voi, vuole cambiare il personale in cucina, e chi, come me e come tanti altri, vorrebbe almeno provare a cambiare il menu” – Matteo Orfini

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