guerra e pace

from Massimiliano Protti

from Massimiliano Protti

James Hillman suddivide il suo saggio Un Terribile Amore per La Guerra, nei seguenti quattro capitoli:

  1. La guerra è normale
  2. La guerra è inumana
  3. La guerra è sublime
  4. La religione è guerra

Nel primo capitolo tra l’altro si legge: “La parola ‘ guerra’ diventa ogni giorno più normale. Guerra commerciale, guerra dei sessi, guerra telematica, guerra dell’informazione. Poi ci sono la guerra contro il cancro, la guerra contro il crimine, contro la droga, la povertà e altri mali della società: queste non hanno niente a che vedere con la realtà della guerra. Sono guerre cicili condotte all’interno della società civile, che mobilitano risorse in nome della vittoria eroica su nemici insidiosi. Sono guerre nobili, i buoni contro i cattivi, e non fanno vittime. Ecco: questa normalizzazione della guerra ha candeggiato la parola e ci ha lavato il cervello, sicché dimentichiamo le sue immagini terribili. E quando l’eventualità di una guerra vera siavvicina, con la sua realtà di violenza e di morte, ormai l’idea di guerra è stata normalizzata e assimilata all’istituzione del poliziotto di quartiere, al potenziamento dei laboratori di ricerca o all’introduzione di incentivi fiscali per il risanamento delle zone urbane degradate“. […]

” ‘L’unica fonte della guerra è la politica’ ha scritto Clausewitz. ‘ La politica è l’utero in cui si sviluppa la guerra’ “. […]

Il lato ombra della tolleranza è la perdita della sensibilità per l’intollerabile. Normalizzare potrebbe significar stare dalla parte non della sopravvivenza, ma della morte“. […]

Il lato peggiore della guerra è il fatto che si conclude nella pace, ovvero si sottrae alla rimemorizzazione, una sindrome definita da Chris Hedges ‘amnesia collettiva o generalizzata’: al di là della comprensione, al di là dell’immaginazione. ‘Già si intravede la pace’ scrive Marguerite Duras. ‘E’ come un grande buio che cala, è l’inizio dell’oblio’. Non volgio marciare per la pace, né pregare per la pace, perché la pace falsifica tutto ciò che tocca. E’ una copertura, una iattura. O semplicemente una parola insulsa. ‘Ciò che la maggior parte degli uomini chiama pace’ ha detto Platone ‘lo è solo di nome’. Anche se gli stati dovessero cessare di battersi’ ha scritto Hobbes, ‘ non si dovrebbero chiamarla pace, ma piuttosto una pausa di respiro‘ “. […]

La pace dell’ingenuità dell’ignoranza travestita da innocenza. Gli aneliti di pace diventano a un tempo semplicistici e utopistici, con i loro progetti di amore universale, di disarmo mondiale e di una federazioni di nazioni nell’era dell’Acquario, oppure regrediscono ai bei tempi andati dei sani valori americani illustrati da Norman Rockwell. Queste sono le opzioni di ottundimento psichico offerte dalla ‘pace’; Gesù dovette trovarle così offensive che si dichiarò in favore della spada “. […]

Il succo di questo exursus nella pace è presto detto: è più realistico considerare la guerra più normale della pace. Non solo la parola ‘pace’ si traduce troppo rapidamente come ‘sicurezza’, e una sicurezza acquistata al prezzo delle libertà civili. Anche qualcosa di più sinistro […] che Toqueville definisce magistralmente ‘ un nuovo tipo di schiavitù’ in cui ‘ un potere immenso e tutelare… copre la superficie [della società] con una rete di piccole regole complicate, minuziose e uniformi, attraverso le quali, anche gli spririti più originali e vigorosi non saprebbero come mettersi in luce e sollevarsi sopra la massa; esso non spezza le volontà, ma le infiacchisce, le piega e le dirige; raramente costringe ad agire, ma si sforza continuamente di impedire che si agisca; non distrugge, ma impedisce di creare; non tiranneggia direttamente, ma ostacola, comprime, snerva, estingue, riducendo infine la nazione a non essere altro che una mandria di animali timidi ed industriosi, della quale il governo è il pastore’. E’ un bene che la guerra occupi la nostra mente, che il suo eso ci obblighi a pensare e a immaginare. Ha ragione Machiavelli: ‘Debbe adunque un principe non avere altro abbietto né altro pensiero, né prendere cosa alcuna per sua arte, fuora dalla guerra et ordini e disciplina essa… Debbe per tanto mai levare el pensiero da questo esercizio della guerra, e nella pace vi si debbe più esercitare che nella guerra’. Altrimenti, subentra ‘l’ottundimento psichico’, come definisce Lifton la paralisi della mente e dei sentimenti della vita quotidiana. Nella nostra società, la pace è caratterizzata per un verso dalla calma indotta da un soporifero e infantilistico coccolamento, per l’altro da un frenetico sovraccarico di stimoli. Il continuo passare da un coinvolgimento a un altro, alla ricerca di sempre nuovi stimoli e impegni, è un meccanismo di difesa che Lifton chiama sindrome di Prometeo, dal nome del dio marino greco, che sfuggiva alla cattura assumendo forme sempre diverse, senza mai fermarsi abbastanza da essere fermato. Come nella navigazione in internet, nel lavoro con multimansioni, nel deficit di attenzione, nell’iperattività. Il principe, inteso come nobile metafora del cittadino responsabile, membro impegnato della polis, manterrà invece la mente concentrata, non distratta dalle molteplici diversini della pace, e la psiche libera sia dall’ottundimento sia dall’uso della negazione. E questa lucidità la manterrà meditando o pregando non soltanto per migliorare la propria ‘salute mentale’, ma per il bene comune e la difesa della collettività. Dunque il principe non dovrebbe mai ‘levare el pensiero’ dalla guerra’ “. […]

Quando Kant e Freud, in epoche e con modalità di pensiero molto diverse, affermano che la civiltà trae la sua spinta progressiva dal suo essre fondata nella naturalità della morte e nella normalità della guerra, da ragione a Eraclito: sì, ‘Polemos di tutte le cose è padre’, la guerra è il principio generatore del risveglio, e questo era, io credo, il principale e il più pressante messaggio di Eraclito, lo spicologo. Eraclito riceve conferma anche da Foucault, il quale, come Lévinas, porta avanti la grande tradizione francese del pensiero penetrante. La sua ‘tesi della guerra’ capovolge la formula di Clausewitz ( la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi): la politica è la guerra continuata con altri mezzi – e non solo la politica, ma anche ‘la legge e l’ordine’ “. […]

L’antico diritto germanico offre il modello alla ipotesi generale di Foucault che eleva la guerra a fondamento dell’ordine sociale: ‘… la storia che ci regge e ci determina ha la forma della guerra più che del linguaggio: rapporti di potere, non rapporti di senso‘ “.

(continua)

 

 

 

 

 

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