Trento ’68 / ricostruzione di un imene

Candice Lin

Candice Lin Atissima 2014

Il pezzo che vi riproponiamo è già uscito su il Fatto Quotidiano di giovedì 27 scorso con il titolo più giornalistico del nostro Trento 1968, come rifarsi una verginità e ve lo riproponiamo nella sua versione integrale, che per motivi di spazio abbiamo dovuto restringere a 5500 battute. Buona lettura e, come diceva Ruggero Orlando da New York, che buon pro vi faccia.

“Il ’68 trentino l’ho vissuto e l’ho profumatamente pagato – anche in seguito a sventate dichiarazioni, come quella dall’ex docente Sabino Acquaviva che su un pezzo di Panorama, suppose che il grande vecchio potevo essere io, subito smentito dal suo collega Gianfranco Albertelli – e ancor oggi continuo a pagare, come la stragrande maggioranza degli altri compagni. E, anche se compagno in senso stretto non sono mai stato, non sentivo alcun bisogno d’esser im/mortalato ergo archiviato, in un tomo di 414 pagine in gran parte stampate in corpo piccolo, dal sapore neo-baronale, redatto da aspiranti baroni e addirittura da alcuni di coloro che in tempi meno sospetti di questi, contribuirono a sbaragliare i baroni di un sistema universitario tra i più arretrati del mondo. Mi ri/ferisco a La memoria dell’università (il Mulino 2014) l’ennesimo saggio sulla storia, per lo più basata su fonti orali dei protagonisti, generici & comparse, della famosa sociologica facoltà tridentina, non soltanto crogiuolo pur non esclusivo, dell’annosa Lotta continua e delle famigerate Brigate Rosse.

Il 7 febbraio del 2013, avvicinato da Andrea Giorgi, uno dei tre curatori del suddetto tomo, nonché emissario del dipartimento di Lettere & Filosofia dell’Università di Trento, rilasciai una video-intervista di quattro ore, della quale nel tomo suddetto si riporta poco più del mio saluto di commiato: “… le sono grato perché lei mi ha costretto a ricordarmi di cose che avevo completamente rimosso”. A fronte delle 12 ore fornite da Marco Boato, ex leader burocratico e sedicente catto-comunista del movimento trentino, nonché ex senatore noto per aver negato l’autorizzazione a procedere nei confronti di Cesare Previti, per non dire della legge 140 del 2003, in materia di immunità parlamentare, evidentemente pro doma sua et affini. Ibidem per quanto attiene al test antidroga per i parlamentari, bocciato grazie all’emendamento Boato. Sorvolando poi sull’ennesima, ultima sua, la proposta di dedicare a Mauro Rostagno, il leader carismatico del movimento, addirittura un’aula dell’ateo tridentino. Chi ha conosciuto Rostagno, suppostamente et esclusivamente ucciso dalla mafia – dalla prima sentenza del 14 maggio 2014, dopo 26anni di cui tre trascorsi in un’aula di tribunale, siamo ancora in attesa di conoscere le motivazioni della stessa – dovrà prendere atto della misura cui può assurgere il grottesco. Tanto è vero che Daria de Pretis, attuale rettore dell’università, rifiutando l’iniziativa di Boato, l’amico di Rostagno da lei mai conosciuto, ha dichiarato: “Niente aula a Rostagno non gli farebbe piacere” (Ansa 18 maggio 2014).

Grottesco che raggiunge i suoi vertici quando nel tomo in questione, pur formalmente sovracitando il mio I Giovani non sono Piante (SugarCO 1978), il lettore viene rimandato di continuo a inesauste note, nonostante il libro sia da tempo esaurito. Così impedendo ai lettori di prendere atto di alcune esiziali dichiarazioni di Rostagno come la seguente: “… ma ti rendi conto… io marxista d’avanguardia… una cagata senza precedenti! Tutto basato su una visione maschista e penetrativa del cazzo nella figa… penetrativa d’avanguardi. Il migliore, il leninista d’avanguardia del partito d’acciaio, il partito dei coscienti che penetrano le masse portando loro la coscienza, eccetera. Noi l’avevamo già capito che questa era una gran cagata”. Per non dire poi della sua netta presa di distanza nei confronti del moralismo e dello pseudo perbenismo dei suoi ex amici et inde/fessi lottatori continui o contigui & chi più ne ha più ne metta.

Constatazioni che i tre autori del tomo – oltre ad Andrea Giorgi, Giovanni Agostini e Leonardo Mineo, vale a dire due specialisti d’archivio e un aspirante tale – potrebbero smentire accampando che il loro lavoro, per altro tecnicamente ben eseguito, ha considerato solo il decennio che va dal 1962 al 1972. Così sovrastimando dichiarazioni di ex discenti che magari fino al ’72 erano ancora rimasti al ’68, ma che successivamente, virando da posizioni ultras a status di ordinari con Jaguar incorporata o di pubblicitari di grido o di sottopance berlusconiane, sono stati sentiti perché facilmente reperibili. A tutto scapito di molti altri i quali, nonostante coerenze pagate a caro prezzo, disadattamenti cronici, ricorso alla droga & via discorrendo, non sono stati ascoltati e dunque obnubilati, a vantaggio di chi alla resa dei conti, si è servito della gloria sensattottarda come trampolino di lancio per s/folgoranti carriere anche accademiche – il sottoscritto a suo tempo vide bene di rifiutare la sua brava cattedra di sociologia – & via cantando.

Ma il picco del grottesco, a leggere e a rileggere questa squilibrata ricostruzione ad usum delphini di Boato and CO, lo si raggiunge arrivando ad attribuire ad Alberoni, sua eccellenza il barone rosa – la definizione è mia – l’esclusivo merito dell’esperimento dell’ “ Università Critica alberoniana”, che in realtà fu il frutto di una gestazione ed elaborazione tutte interne al movimento. Tanto è vero che Guido Crainz nel suo Il Paese mancato, riportando le mie parole, così sintetizza: “ La contestazione contro il potere accademico fu resa possibile da studenti con una preparazione culturale pari e spesso superiore a quella della controparte […] i baroni persero sul loro specifico terreno”.

Purtroppo l’Università Critica – unico esperimento pilota in tutta l’Università italiana che avrebbe potuto contribuire all’innovazione degli atenei italiani, sottraendoli dall’immobilismo in cui ancor oggi si ritrovano – si sgonfiò vanificando mesi per non dire anni di elaborazione teorico-pratica. Quando all’apice del ’68, il movimento si spaccò tra chi voleva continuare a studiare e chi riuscì, coniando un orrendo eufemismo, a rovesciare l’università sulla fabbrica. Questo perché, come riportato da Indro Montanelli e Mario Cervi: “Aldo Ricci ha scritto che ‘ i personaggi del movimento che andavano per la maggiore avevano deciso per tutti che non si studiava più, studiare era un fatto borghese e i vari nomi sacri della sociologia non contavano più nulla, c’era Marx, soltanto lui come Dio, come star, letto lui eri a posto tutta la vita‘ ” (L’Italia degli anni di piombo 1965-1978, Bur Rizzoli)

Del resto né maestro né Dio. Dio sono io – recitava un’epigrafe sui muri del maggio parigino. Anche se qualcuno c’era arrivato prima quando aveva scritto: “A tutto questo movimento tracotante ed entusiasta, che era giovinezza, per quanto si fosse arditamente travestito di concetti canuti e senescenti, non si può far torto maggiore che prenderlo sul serio e trattarlo addirittura, a un certo punto, con moralistica indignazione; basta così, si divenne più vecchi – il sogno se ne volò via. Venne un tempo in cui ci si stropicciò la fronte: e ce la stropicciamo ancor oggi” – Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male (in Fuori dai Denti di Renato Curcio, Mauro Rostagno, Giorgio Bocca, a cura di Aldo Ricci, Gammalibri 1980)” – Aldo Ricci

E già che ci siamo ci piace aggiungere la ciliegina sulla torta citando quel che Giorgio Bocca nella pre/fazione di Fuori dai Denti, a proposito di quel che accadde all’università tridentina, vergò: “Quel primo, caotico, effimero mini compromesso storico, tra marxisti e cattolici – perché questo è veramente il fatto nuovo storico culturale in cui è negato ogni spazio alla cultura liberal-socialista”… cultura liberal-socialista che comunque è un ossimoro. Punto

 

 

 

 

 

 

 

 

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4 risposte a Trento ’68 / ricostruzione di un imene

  1. vincenzo calì ha detto:

    Ad Aldo Ricci
    Sessantotto trentino

    Il mio intervento critico a tutto campo, postato su facebook, “sociologia a Trento”, è stato motivato dalla preoccupazione, come ho scritto,di veder trascinato il nome di Rostagno in polemiche che sono certamente legittime, ma che ci portano lontano dall’obbiettivo, che intendo perseguire come curatore del centro Rostagno, di vedere ricordata la figura del sociologo di Trento. il richiamare vecchie ruggini, o giustificare di fatto il temporeggiamento delle autorità accademiche, aspetti presenti nel tuo articolo, ci allontana dal traguardo che è doveroso raggiungere. Possiamo impegnarci a trovare un punto comune, mettendo da parte una buona volta la pretesa che la verità si trovi tutta da una parte? Genova ha appena intestato a Rostagno una piazza; in attesa che la commissione istituita a Sociologia decida il da farsi (varata mesi fa non si è ancora riunita) possiamo pensare ad una raccolta nazionale di firme, magari lanciata proprio dal “Fatto”, perché la nuova biblioteca d’Ateneo in costruzione porti il nome di Mauro? Una volta tanto potremmo far tesoro a fin di bene delle “leggende metropolitane” che anche tu hai contribuito a creare: una non era quella dei “sessantottini divoratori di libri” che spiazzavano i docenti agli esami? Ti saluto, in cordiale dissenso come sempre in passato.
    Vincenzo Calì
    Curatore del Centro di documentazione sui movimenti politici e sociali “Mauro Rostagno”
    Fondazione Museo storico del trentino

    Allego intervento inviato al “Trentino”.
    “ Era tutto Michelin”
    la proposta di vitalizzare il quartiere, oggi fantasma, disegnato da Renzo Piano, trasformandolo in residenza per studenti e docenti, non deve cadere nel vuoto; l’intera area, che oggi potrebbe prendere il nome di “landa dei conigli”, alla stregua della più famosa “landa dei gatti”in riva all’Inn, non possiamo rassegnarci all’idea che diventi la fissa dimora dei simpatici roditori atesini, quei conigli selvatici che, Interrotte le barriere dell’Adigetto, del lungadige e della ferrovia, hanno già conquistato il cimitero cittadino ( si sa, l’appetito vien mangiando) e si apprestano a prender possesso dei dintorni del Muse. Per dare finalmente un’anima al progetto, sognato da Bruno Kessler ed ora interrotto a metà, di fare di Trento una città universitaria di livello europeo, serve portare al potere l’ immaginazione, come era scritto sui muri nel maggio francese. L’anima deve avere un nome: per il campus universitario quello di Giuseppe Mattei, trentino doc, che seppe dialogare con quegli strani soldati della cultura, giunti a Trento da ogni angolo d’Italia, che contribuirono non poco a fare di questa terra una comunità aperta. Per la nuova biblioteca d’Ateneo, perché non pensare proprio al leader di quell’esercito, che si vantava di divorare più libri di quanto i docenti pretendessero per gli esami? Nel nome di Mauro Rostagno, eroe civile del nostro tempo, quello in costruzione non potrà che crescere, e divenire quel grande tempio della cultura, di cui la città sente il bisogno. Smettere di sognare vuol dire riportare Trento a quel piccolo borgo di periferia che noi, venuti a Trento negli anni sessanta, abbiamo conosciuto. Prenda il coraggio a due mani il sindaco della città, ed escano dal loro sacro egoismo i docenti e gli studenti che, grazie a quanto seminato da uomini come Mattei e Rostagno, si trovano oggi a vivere in uno dei salotti buoni della cultura europea.

    • aldoricci ha detto:

      Caro Calì – ti chiamo per cognome per non confonderti con Sparagna, anche lui si chiama Vincenzo – del quale cito la calzante espressione piccoli impiegati della bugia, ruolo che ben si attaglia a molti sopravvissuti al sessantotto tridentino, con particolare ri/ferimento a coloro che rimasti a Trento per motivi personali, continuano a ricercare una verginità perduta che nel loro caso meglio risponderebbe a una supposta rispettabilità, anche se spesso le supposte lasciano il tempo che trovano. Affermi che io nei miei tre saggi su quel periodo, a fronte del quasi nulla scritto dai miei reiterati et inde/fessi detrattori, avrei contribuito a creare “leggende metropolitane” che però tali non sono. E non mi sembra il caso di ribadirne gli altrettanti perché, da me ampiamente documentati non solo negli scritti di cui sopra, ma in numerosi interventi pubblicistici mai smentiti con argomenti e testimonianze veridiche e verificabili, come quelle relative alla lunga intervista registrata a Mauro Rostagno, dallo stesso mai smentita e/o rettificata anche in minima parte. Tenendo anche presente che all’epoca (1977) caddi nell’ingenuità di non riportare la suddetta intervista nella sua interezza. Cosa che sono sempre in grado di fare. Quindi, almeno per ora, preferisco fermarmi qui, ribadendo che quanto fin qui “narrato” – questa la vera leggenda condominiale – è in gran parte frutto di reiterate menzogne con l’intento di rimuovere il tutto sotto un cumulo di mezze verità da parte di chi rinomina memorie (per lo più orali), tarate da fini che nulla hanno a che fare con la verità storica, o tarlate dal tempo e dalle cattive coscienze di verità interessate. Per quanto poi attiene a quello che stai cercando di fare per la memoria di Mauro Rostagno, pur rispettando il tuo sforzo, a me strade o piazze a lui dedicate poco interessano, almeno fino a quando moventi & mandanti dei suoi assassini saranno meglio precisati di quanto non lo siano stati fino a oggi. Chiudo citando il Metello di Vasco Pratolini quando verga: “I morti si onorano guardando negli occhi i vivi” & via discorrendo.

  2. Vincenzo Sparagna ha detto:

    Caro Aldo,
    il buon Biscarini mi ha segnalato un tuo articolo sul Fatto. L’ho letto. Ho molto apprezzato il tuo spirito libero, pungente come sempre. Purtroppo la comunicazione e le ricostruzioni “storiche” – come tu stesso fai notare – sono per lo più nelle mani di piccoli impiegati della bugia. Noi, con Frigidaire, abbiamo cercato un’altra strada, ma alla fine a non sostenerci sono proprio quelli che dovrebbero farlo. La cosa è successa e succede anche con Frigolandia, che resiste solo perché, come Frigidaire e tutto il resto, me ne sono alla fine fatto carico quasi da solo, visto che molti di quelli che aspettavo a un’impresa comune se ne sono dissociati quasi prima di cominciare. Insomma se si coltiva non tanto la propria indipendenza di pensiero quanto la propria solitudine, non bisogna poi troppo lamentarsi che le memorie scompaiano o vengano tradite da qualche sicofante magari accademico. Su di me scrivono tante di quelle falsità che neppure ci faccio più caso. In ogni modo ti volevo fare i complimenti per il bell’intervento, il resto sono considerazioni “a parte”.

    Un abbraccio, Vincenzo

    • aldoricci ha detto:

      Caro Vincenzo,
      cominciamo dal fondo… da quelle “considerazioni a parte” che comunque è sempre meglio fare in separata sede… se non altro per non fornire ulteriori elementi di denigrazione… anche se qui mi limito a dirti che la solitudine più che una scelta è una condizione oggettiva in cui si ritrova chi esula dalla logica dei coalizzati… e noi siamo due individui contrapposti al branco… assai grato per l’ennesimo tuo assenso all’ultima mia fatica… tengo molto a dirti che non ho mai dimenticato il titolo del tuo editoriale su Frigidaire subioto dopo la morte del nostro comune, grande amico:
      “Mauro Rostagno non lo ha ucciso nessuno?” & grazie!

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