The judge

la locandina

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Sempre più arduo andare al cinema, almeno in una città morta come Fi/renzi, dove l’alternativa secca prevede sempre più spesso o film italioti ma anche stranieri genere progressista e sai che palle o film amerikani talmente loffi da giusificare il recente crollo delle frequenze di pubblico nelle sale cinematografiche Usa. Crollo al quale deve aver contribuito anche questo filmastro di cotal David Dobkin, in cui la superstar Robert Downey JR, che sfodera un’improbabile ghigno da avvocato, torna nell’Indiana, uno degli stati più conservatori, bacchettoni & retrò degli States, dove suo padre interpretato da un Robert Duwall che sembra la controfigura di Alberoni & viceversa, è accusato di omicidio. E di qui un’interminabile  pisciata sentimentalista zuccherosa come i gelati alla vaniglia, con finti colpi di scena fino all’improbabile finale in cui il primo Robert, cioè Duvall du pal,  finisce provvisoriamente in galera ma poi esce giusto per esalare l’ultimo respiro, mentre il secondo Robert cioè Downey JR, redento dal dolore conseguente alla perdita del padre col quale non è mai andato d’accordo, decide di non tornare nella sua Chicago nel ruolo dell’avvocato di successo con Ferrari & piscina, ma di restare nel villaggio nei panni di un azzecca/garbugli di provincia. Insomma, un mattoncino anche mal confezionato che reintroduce surrettiziamente i sacri valori dio, patria & famiglia che presumibilmente ricominceranno a imperversare a partire dall’esito scontato delle prossime presidenziali amerikane. Con buona pace dei progressisti che a forza di rompere le palle a destra e soprattutto a sinistra, primo o poi riescono quasi sempre ad ottenere risultati opposti a quelli predicati.

 

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"Io gioco pulito ragazzi, ma se vi scopro a barare, vi porto via anche le mutande, e poi vi sparo nel culo!" (Robert Mitchum)
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Una risposta a The judge

  1. Susan ha detto:

    — I personally loved
    this film for the complex
    family ties and emotions — : ‘ (
    — Great Actors — :-)

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