Ritorno all’Avana

la locandina

la locandina

Contrariamente da quanto affermato da recensori apparentemente sprovveduti ma in malafede, questo film di Laurent Cantet, più che una pellicola sull’amicizia, è un film di denuncia sulla situazione senza uscita in cui si ritrova l’isola caraibica dopo la dittatura marxista ma anche leninista, del celebre Fidel che, nonostante la miseria e la repressione in cui ha precipitato Cuba, è sempre sul punto di morire ma non muore mai. Anche se c’è chi giura e spergiura che sia già morto, ma forse non lo si dice per non dispiacere ad altrettanti celebri radical chic come Oliver Stone, del quale ricordiamo lo sgradevole Comandante, in cui il caudillo cubano interpretava perfettamente se stesso, in quel lungometraggio a lui interamente dedicato.

La trama è presto detta. Cinque amici cinquantenni – quattro uomini e una donna – si ritrovano insieme per festeggiare il ritorno di Armando, un ex scrittore che pur di non denunciare, l’amico ex pittore, quindici anni addietro aveva preferito espatriare in Spagna.

L’amichevole riunione, su una terrazza da cui si dovrebbe godere del famoso lungomare dell’Avana, si trasforma in un sociodramma in cui ognuno, indotto dagli altri a disvelare il proprio retroscena, rivela la sostanza della propria esistenza. La donna è un’oculista che a mala pena riesce a sbarcare un magro lunario, corroborato dalle rimesse dei figli emigrati in Usa. Armando, il reduce dalla Spagna, rivela d’aver rinunciato a far lo scrittore per non esser costretto a denunciare l’amico pittore, ridotto a imbrattatele per puri motivi di sopravvivenza alimentare. Come del resto l’ex ingegnere, ridotto a montare batterie di auto rubate. L’unico ad averla fatta franca è il corrotto dirigente di una società cubana che rischia di farsi arrestare da un momento all’altro.

In conclusione ognuno dei cinque cerca una qualche risposta alla propria personale situazione, ma l’unico unanime responso è il seguente:”Ci hanno iniettato la paura perché volevamo credere“. Battuta rivelatrice non tanto del personale fallimento di ognuno di loro, quanto di un regime e di un sistema che si continua a non voler ammettere come fallito, fottuto, finito.

Buona l’interpretazione di Isabel Santos, Jorge Perugorría, Fernando Hechevarria, Néstor Jiménez, Pedro Julio Díaz Ferran. Produzione Francia, 2014.

Annunci

Informazioni su aldoricci

"Io gioco pulito ragazzi, ma se vi scopro a barare, vi porto via anche le mutande, e poi vi sparo nel culo!" (Robert Mitchum)
Questa voce è stata pubblicata in progressisti, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...