un Paese risibile

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Da cinquat’anni a questa parte, c’è una mancanza di rispetto per sé che gli italiani non avevano mai sperimentato con tale virulenza dalla creazione dello Stato nazionale (…)

In Italia, dopo la seconda guerra mondiale, non vi sono stati né desiderio di rivalsa, né processo alla nazione. Dopo la caduta del fascismo e l’armistizio la grande maggioranza del paese si è ritirata nell’ ‘attendismo’ e si è limitata a guardare dalla finestra il resto del dramma misurando diplomaticamente e prudentemente il proprio consenso alla forze in campo. Dopo la sconfitta della Germania e del suo satellite fascista [il paese] ha stretto un patto tacito con l’antifascismo trionfante i cui termini, grosso modo, erano questi. Avrebbe permesso alla nomenklatura antifascista di governarla purché essa non le chiedesse conto di ciò che aveva fatto nei vent’anni precedenti. Il patto conveniva a entrambi: all’antifascismo perché nessuno in tal modo lo avrebbe messo a confronto con le proprie responsabilità tra il 1919 e il 1922, al paese perché nessuno gli avrebbe contestato l’entusiastica adesione al fascismo. Gli uomini politici antifascisti potevano proclamare d’essere stati ingiustamente e violentemente espropriati dal potere, gli italiani potevano sostenere d’essere stati oppressi e asserviti da una dittatura aliena. Era una menzogna, naturalmente, ma presentava molti vantaggi, fra cui quello di permettere all’Italia di finire nel campo dei vincitori. 

Gli alleati dovettero stare al gioco. Se il fascismo era davvero, come essi avevano sostenuto per meglio vincere la guerra, una sorta di incarnazione satanica, un ‘male’ generato dal male, nessuna potenza vincitrice era tenuta a interrogarsi sulle cause della seconda guerra mondiale e sulle proprie responsabilità dopo la fine della guerra. Promuovendo il fascismo al rango di ‘male assoluto’ gli alleati, permisero agli italiani di sbarazzarsi del loro passato con una menzogna e di mettere la guerra sulle spalle di un [solo] uomo, Mussolini.

Gli italiani, quindi, non avevano perduto la guerra. E se non l’avevano perduta non era necessario intentare un processo alla nazione, individuare gli errori materiali e morali che avevano portato il paese alla disfatta. In realtà tutti sapevano che le cose erano andate diversamente, che il consenso aveva accompagnato Mussolini fino alla fine degli anni trenta e che si era gradualmente dissolto soltanto dopo i bombardamenti e le prime sconfitte. Sapevano che l’antifascismo era stato, nella migliore delle ipotesi, un approdo tardivo e che quasi tutti gli italiani, anche se in misura diversa e in momenti diversi della loro vita, erano stati fascisti. Ma continuarono a mentire perché avevano concluso con l’antifascismo e con gli alleati un patto conveniente. Una menzogna – ‘ non abbiamo perso la guerra’ – divenne così l’ideologia fondante della Repubblica democratica. Naturalmente come tutte le menzogne anche queste ebbe l’effetto di provocare qualche turba psicologica e molto malessere, morale e linguistico. (…)

Un paese di cui non si può parlare con orgoglio e che vi costringe a mentire diventata detestabile e risibile” – Sergio Romano, Finis Italiae, Perché gli italiani si disprezzano, Vanni Scheiwiller, Milano 1994

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