Visto & considerato che le altre pagine di questo blog contengono almeno parte del mio curriculum, preferisco dedicare questa pagina al mio background, inteso come percorso di vita. Nato da una famiglia borghese – medio-alta quella paterna, medio-bassa quella materna, il destino avrebbe poi invertito quello di entrambe le parti in causa – ero ancora bambino quando i miei si divisero e un giudice mi affidò a mio padre, anche se fu mia nonna paterna a occuparsi della mia educazione. Provenendo da un’ex ricca famiglia toscana, mi instillò i valori liberal improntati sulla larghezza, non sull’altezza (leggi principi), delle vedute e quindi il rispetto per le opinioni altrui. Essendo anglofona e colta, parlava tre lingue come l’italiano, mi insegnò a confrontare il Bel Paese d’allora con i paesi anglosassoni, principalmente l’Inghilterra e l’America. Avendo aiutato alcune famiglie ebree a sfuggire alla deportazione nazista, oltre a una sorta di venerazione per gli ebrei, la nonna mi insegnò a diffidare del fascismo soprattutto nelle sue forme mascherate da colorazioni supposta/mente opposte. Da qui deriva la mia considerazione per gli ebrei e per l’american way of life assorbita dai film americani, che lei mi portava a vedere, d’inverno due volte alla settimana e tutte le sere d’estate. A scuola totalizzavo pessimi voti, soprattutto in condotta, studiavo poco ma contro/bilanciavo in storia e in italiano. Un rendimento che migliorò alla Facoltà di Agraria dell’Università di Firenze, che abbandonai per la sociologica & libera Università di Trento, dove l’antico discolo divenne inopinato primo del suo corso. Qui presi parte, da posizioni eterodosse, al famoso movimento. Mentre le compaine d’abord si occupavano di Lenin, Marx & Mao Tze-tung, io studiavo Freud, Max Weber & Marshal McLuhan, occupandomi anche di istituzioni totali: carceri, manicomi e via discorrendo. Dopo quattro anni di sublime e folle trasgressione, di cui non mi sono ancora pentito, mi laureai a pieni voti, non politici, con un tesi sulle carceri che successivamente stesi in un libro best seller (vedi books). Fui quindi consulente, reporter, aiuto regista, giornalista, imprenditore e soprattutto avventuriero nella cultura e nell’arte. Scrissi anche altri, pochi libri scoprendo che a mano a mano che di/svelavo la verità, soprattutto la mia, decresceva il consenso della critica e quindi di pubblico. Ciononostante ho continuato e continuo caparbio a fare e a dire ciò che l’etica – soprattutto la mia – mi suggeriva e continua a suggerirmi. I migliori maestri dell’università ci insegnarono a pre-mettere i propri pre-giudizi e le proprie opinioni, anche politiche, prima di esprimere un’opinione, svolgere una ricerca, scrivere un libro e chi più ne ha più ne metta. In teoria, perché di questo in realtà si tratta, questo basilare approccio dovrebbe corrispondere all’etica di qualunque intellettuale e/o artista di rango. Avendo da tempo gettato le vesti socio/logiche alle ortiche, pur senza abiurare all’impronta liberal, non ho dismesso un intransigente antifascismo, né il mio orgoglio d’occidentale scosso e messo a dura prova dalle recenti rivelazioni di Wikiileaks.
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